Victor Serge. Quello che ogni rivoluzionario deve sapere sulla repressione

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La repressione nello Stato borghese e nello Stato proletario

Victor Serge nacque nel 1890 a Bruxelles da genitori esuli russi. Frequentò ambienti anarchici, dapprima in Belgio e poi in Francia. A Parigi fu arrestato e durante i cinque anni trascorsi in prigione si allontanò dall’anarchismo. Una volta scarcerato si spostò in Catalogna dove nel luglio del ’17 partecipò a un fallito tentativo di sciopero generale insurrezionale. In seguito si recò in Russia e aderì al Partito bolscevico, dando un importante contributo alla costruzione della Terza Internazionale. Dopo la morte di Lenin e lo sviluppo del cancro burocratico in Urss fece parte dell’Opposizione di sinistra allo stalinismo, battaglia che gli costò l’espulsione dal Partito (1928) e dall’Unione Sovietica (1936). Tuttavia, da esiliato – prima in Belgio, poi in Francia – continuò la sua lotta contro la burocrazia “sovietica” e l’attività di divulgazione dei crimini staliniani mantenendo contatti epistolari con Trotsky, esule a sua volta in Norvegia, che supportò nella fondazione della Quarta Internazionale.

Serge romperà politicamente con Trotsky poco tempo dopo, essendo giunto a posizioni politiche distanti da quelle del fondatore dell’Armata Rossa. La polemica più nota fra i due riguardò l’interpretazione dell’episodio di Kronstadt, da Serge individuato come punto di non ritorno verso la degenerazione dell’Ottobre, una lettura che Trotsky criticò fortemente e che contrasta con quanto lo stesso Serge aveva scritto anni prima, nel testo da noi qui analizzato, rispetto all’eccessiva “magnanimità” dei bolscevichi verso i loro nemici. Precisamente, la rottura fra Trotsky e Serge, che morirà a Città del Messico nel 1947, si realizzò poiché il secondo, negli ultimi anni di vita, si era allontanato dalle posizioni trotskiane, nonché dalle sue stesse posizioni precedenti, rispetto al problema della repressione rivoluzionaria. Le idee che Serge espresse sul tema in questione fino alla metà circa degli anni Trenta sono esposte chiaramente nel libro di cui qui ci occupiamo.

Articolazione dell’opera

L’opera in oggetto è composta da quattro capitoli preceduti da una breve introduzione. Il testo definitivo è il frutto di un’elaborazione avvenuta in due fasi. La prima parte, infatti, corrispondente ai primi tre capitoli, fu pubblicata nel novembre del 1921 su Bulletin Communiste, settimanale fondato in Francia da Boris Souvarine (dirigente della SFIC e membro della delegazione francese al III Congresso della Terza Internazionale), al quale Serge spedì il materiale da Mosca. Si tratta di una descrizione del funzionamento della polizia segreta zarista, l’Okhrana, i cui archivi, in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, erano finiti in mano ai rivoluzionari. Questa parte include una serie di suggerimenti pratici che Serge vuole fornire ai militanti rivoluzionari di tutti i Paesi, invitandoli nel contempo a superare il feticismo della legalità e a prepararsi all’azione clandestina.

Negli anni successivi Serge decise di partire per l’Europa centrale che gli sembrava “poter essere il fulcro dei prossimi eventi”, come scriverà nell’autobiografia Memorie di un rivoluzionario. Passò da Berlino, dove partecipò al tentativo di insurrezione comunista del ’23, da Vienna, dalla Bulgaria e dalla Jugoslavia, mantenendo la convinzione che solo una rivoluzione internazionale avrebbe potuto arrestare l’involuzione burocratica in Urss e garantire il trionfo del socialismo. Nel 1925 Serge tornò in Russia per combattere la burocrazia staliniana, ed è in questo contesto che si colloca la stesura della seconda parte del testo da noi analizzato, cioè il quarto e ultimo capitolo, che assieme alla prima parte e alla breve introduzione diede vita a Quello che ogni rivoluzionario deve sapere sulla repressione, libro pubblicato nello stesso 1925.

Dopo avere esaminato in precedenza le modalità di funzionamento degli apparati repressivi reazionari, in questa seconda parte, intitolata Il problema della repressione rivoluzionaria, Serge si sofferma sulla necessità da parte della classe proletaria di elaborare a sua volta un sistema repressivo funzionale a stroncare la resistenza disperata dei padroni espropriati e a garantire la vittoria della rivoluzione. Un sistema repressivo che, inteso in tal senso, assume non una fisionomia distruttrice – come è nel caso degli apparati repressivi reazionari – ma creatrice, poiché funzionale all’edificazione di una società nuova e liberata da ogni forma di oppressione.

Gli archivi segreti dell’Okhrana

Victor Serge fu molto sensibile al tema della repressione, avendola subita pesantemente nel corso della vita. La sua attività politica gli costò infatti fin da giovanissimo le attenzioni e la schedatura della polizia belga, poi l’incarcerazione in Francia per cinque anni, nonché la reclusione per quindici mesi in un campo di concentramento, sempre in Francia, fino alla fine della prima guerra mondiale. Nel gennaio del 1919 giunse a Pietrogrado e qui gli venne assegnato dal Partito l’incarico di custodire gli archivi segreti della polizia zarista, l’Okhrana, archivi che studiò dettagliatamente e da cui ricavò i suggerimenti che fornisce ai militanti rivoluzionari di tutto il mondo: infatti, se questi “sono ben consapevoli dei mezzi di cui dispone il nemico – scrive Serge – forse subiranno minori perdite… Vi è dunque la necessità, per un fine pratico, di studiare bene lo strumento principale di tutte le reazioni e di tutte le repressioni, quella macchina forcaiola che stronca tutte le giuste rivolte e che si chiama polizia. Noi lo possiamo fare perché l’arma perfezionata che l’autocrazia russa si era data per difendere la sua esistenza – l’Okhrana (la difensiva) – è caduta nelle nostre mani” 1. Nonostante Serge riconosca che le sue elaborazioni in materia non costituiscano uno studio esaustivo, resta il fatto che questo testo rimane ad oggi insuperato rispetto all’argomento trattato e costituisce un utile strumento di studio e formazione per i militanti rivoluzionari, sia per i consigli che fornisce sia perché contiene una chiara esplicitazione della posizione marxista sulla violenza e sulla repressione.

Le tecniche repressive della polizia zarista

L’Okhrana, nata ufficialmente nel 1881, conobbe un intenso sviluppo a partire dal 1900, periodo in cui il malcontento popolare in Russia stava per esplodere nella grande stagione rivoluzionaria. Difatti, come ricorda Serge, la repressione poliziesca acquisisce una forza direttamente proporzionale alle difficoltà e all’indebolimento del regime.

Dalla lettura degli archivi segreti della polizia zarista emergeva come al suo interno venissero tenuti dei corsi in cui si studiavano i partiti politici, la loro storia, i loro programmi e la loro organizzazione interna, incluse le biografie dei militanti più attivi. Quest’attività aveva dato i suoi frutti, producendo uomini come Spiridovic, talmente abile da redigere due voluminose storie, una del Partito social-democratico e una del Partito socialista-rivoluzionario.

Alcuni agenti erano pagati esclusivamente per pedinare giorno e notte determinate persone sulle cui attività venivano poi redatti minuziosi rapporti. A un certo punto si era diffusa l’abitudine di inviare gli agenti anche all’estero per sorvegliare i militanti emigrati e prendere contatti con le polizie di altri Paesi 2. La polizia russa, infatti, “seguiva con la più grande attenzione le azioni dei rivoluzionari che venivano compiute all’estero” e collaborava con le forze repressive degli altri Paesi (in particolare con la Sùreté della III Repubblica francese).

Di più, la polizia zarista costituiva un modello per le polizie degli altri Paesi, inclusi quelli “democratici”. In ciò, Secondo Serge, non c’è alcun motivo di meraviglia “perché la difesa del capitale impiega ovunque gli stessi mezzi; e perché tutte le polizie, sempre solidali fra loro, si somigliano”. In ogni importante capitale europea risiedeva permanentemente un capo di polizia russo. Lo stesso Serge fa notare come, sebbene fosse stato in Russia per la prima volta nel 1919, negli archivi dell’Okhrana trovò una serie di schede a suo nome relative al periodo precedente.

Veniva messa sotto sorveglianza anche la corrispondenza postale dei rivoluzionari. Attraverso infiltrati nel servizio postale le lettere venivano trattenute per alcune ore e aperte con procedimenti ingegnosi al fine di essere copiate e poi trasmesse a Pietrogrado. E non mancavano gli agenti specializzati nel decodificare eventuali messaggi cifrati 3.

Una delle tecniche più utilizzate dagli apparati repressivi era la provocazione, ovverosia l’infiltrazione di spie all’interno delle organizzazioni da sorvegliare. La spia poteva essere un agente oppure uno stesso militante politico corrotto dalla polizia; in quest’ultimo caso si trattava di militanti “in miseria”, e dunque più facilmente ricattabili, oppure di “rivoluzionari” di carattere debole, magari “delusi” dal partito.

Nell’archivio dell’Okhrana Serge trovò i nomi di ben 35000 provocatori, una parte dei quali archiviati sotto pseudonimo e dunque non identificati. Come risulta dalle carte, tutti i partiti erano stati infiltrati da provocatori, così come i gruppi anarchici e studenteschi, e la polizia si compiace di essersi riuscita a insinuare persino nel comitato centrale del Partito bolscevico che pure era un partito di avanguardia molto disciplinato e dunque meno vulnerabile rispetto ad altre organizzazioni. Serge cita a tal proposito il caso di Malinovsky, a suo avviso eletto deputato alla Duma grazie all’“appoggio tanto discreto quanto efficace della polizia”, quel Malinovsky che all’indomani della rivoluzione d’Ottobre si autodenunciò chiedendo, ed ottenendo, di essere fucilato in quanto traditore 4.

Grazie a questi provocatori, le forze repressive zariste poterono redigere elenchi dei militanti e descrizioni dettagliate dei verbali delle riunioni interne delle organizzazioni infiltrate coi relativi piani di lavoro, ed hanno potuto operare a più riprese arresti e confische di materiale di propaganda clandestina. I dati raccolti dagli agenti consentivano alla polizia di elaborare grafici e mappe per analizzare nel dettaglio le organizzazioni studiate. Tuttavia, l’obiettivo della polizia, spiega Serge, è “distruggere i centri rivoluzionari nel momento della loro massima attività e non sprecare il suo lavoro fermandosi alle minime azioni” 5. Ovverosia, lo scopo immediato degli apparati repressivi è quello di conoscere per poter poi reprimere al momento e nella misura ritenuti opportuni.

La polizia ricompensava bene e gratificava a vita i suoi servitori con soldi, favori, grazie e amnistie, mentre metteva nella lista nera le spie sorprese a mentire. Come tutte le polizie, anche quella zarista faceva uso della tortura dei militanti arrestati per ricavarne informazioni.

La repressione poliziesca non poté impedire la Rivoluzione d’Ottobre

La forza e la capacità organizzativa dell’Okhrana non possono non impressionare. Eppure, fa notare Serge, questa macchina repressiva gigantesca non seppe impedire la rivoluzione. Nonostante la presenza di funzionari intelligenti, diffuse erano nella polizia l’ignoranza e la demotivazione, e “nei rapporti meglio redatti si trovano le più grandi stupidità”. Il collante di questa macchina infernale era il denaro che costituisce di certo un forte stimolo ma non sufficiente se è vero, come scrive Serge, che “non si fa niente di grande senza disinteresse. E l’autocrazia non aveva difensori disinteressati”. L’autocrazia zarista si è liquefatta davanti all’ascesa rivoluzionaria nonostante la valanga di agenti, spie, dossier: “come i più sapienti medici chiamati al capezzale di un moribondo non possono che constatare, minuto per minuto, il progredire della malattia, così i poliziotti onniscienti dell’impero vedono, impotenti, lo zarismo che rotola negli abissi”.

Gli interventi repressivi del regime più che incutere timore avevano l’effetto di accrescere la propria impopolarità e il consenso dei rivoluzionari, le cui idee si diffondevano guadagnando simpatie fra i contadini, la giovane classe operaia, i soldati nonché le decine di nazionalità oppresse e russificate forzatamente. I reazionari, infatti, “intimidiscono solo i deboli: esasperano i migliori e temprano la risolutezza dei più forti”. E gli stessi provocatori possono certamente nuocere ai singoli, favorendone la repressione, ma non al movimento rivoluzionario nel suo complesso. In fin dei conti, aggiunge Serge, l’infiltrato è sì un falso rivoluzionario ma, nella misura in cui fa propaganda per la rivoluzione, serve nonostante tutto la causa proletaria…

Ciò non toglie che la provocazione sia pericolosa, anche perché contribuisce ad alimentare diffidenza e sfiducia fra i militanti. E quando un militante è accusato di essere una spia è bene che l’accusa sia accuratamente esaminata da una giuria di compagni dato che gli opportunisti, che notoriamente “raccolgono volentieri le loro armi nelle fogne”, hanno spesso lanciato questa calunnia verso i rivoluzionari 6.

L’azione clandestina

I militanti russi, ricorda Serge, hanno sempre adottato delle regole rigorose per lo svolgimento dell’attività clandestina e grazie a questi accorgimenti hanno potuto “vivere illegalmente nelle capitali russe per mesi ed anni”. A suo avviso l’abitudine all’azione illegale è il miglior antidoto contro i metodi polizieschi: “quando si sa ciò che si vuole, di quali armi si dispone e quali sono quelle dell’avversario […] quando si sa che l’opera rivoluzionaria esige dei sacrifici e che ogni seme di sacrificio frutta cento volte tanto, si è invincibili” 7, mentre “una società che non poggia più su idee vive, i cui principi fondamentali sono morti, può tuttalpiù mantenersi in vita per un po’ di tempo per forza d’inerzia” 8.

Serge fa notare che dopo la vittoria della rivoluzione in Russia quasi tutti gli Stati capitalisti europei misero da parte qualsiasi ipocrisia democratica attaccando violentemente la classe operaia e mettendo fuori legge le sue organizzazioni. Per un partito rivoluzionario essere preparati “all’illegalità significa avere la certezza di sopravvivere a tutte le misure repressive. Viceversa, lasciarsi sorprendere vuol dire scomparire”. Di fronte a un avversario così potente, infatti, “un partito operaio sprovvisto di organizzazioni clandestine, un partito che non nasconde nulla, fa pensare a un uomo disarmato, senza rifugio, tenuto sotto il mirino di un fucile da un tiratore ben addestrato. La serietà del lavoro rivoluzionario non va d’accordo con una casa di vetro. Il partito della rivoluzione deve organizzarsi in modo da potersi sottrarre il più possibile alla sorveglianza del nemico” 9.

Serge ricorda che nessuno sostenne con più forza di Lenin “la necessità dell’organizzazione rivoluzionaria illegale. Nessuno ha mai combattuto meglio il feticismo della legalità”, e su tale questione maturò la spaccatura nel 1903 al II congresso del Posdr. Martov, leader dei menscevichi, intendeva aprire le porte del partito anche ai semplici simpatizzanti, “anche se non erano giunti a compromettersi con l’attività illegale”, mentre Lenin sosteneva che poteva essere militante del partito chi partecipava al lavoro di una delle sue organizzazioni illegali. Quella che sembrava una discussione cavillosa in realtà per Serge è una questione centrale dato che “coloro che non consentono a rischiare per la classe operaia una situazione materiale privilegiata non debbono essere pure posti in grado di esercitare un’influenza rilevante al suo interno. L’atteggiamento nei confronti dell’illegalità fu per Lenin la pietra di paragone per distinguere i veri rivoluzionari dagli … altri”10.

I bolscevichi si definivano “rivoluzionari di professione”, per loro la militanza rivoluzionaria non poteva essere concepita come passatempo o come posa. Essere rivoluzionari, scrive Serge, non ha nulla a che fare col piacere di professare opinioni avanzate ma significa dedicarsi prioritariamente alla causa della rivoluzione e solo secondariamente ad altre attività, incluso il lavoro ufficiale che si svolge per sopravvivere.

Consigli per i militanti

Il fatto che i provocatori siano riusciti a entrare in tutte le organizzazioni rivoluzionarie, incluso il Partito bolscevico, dimostra come l’infiltrazione sia qualcosa di inevitabile anche per i partiti rivoluzionari data la sproporzione di mezzi a vantaggio delle forze repressive. Pertanto, le cautele vanno prese non per garantire – obiettivo irrealizzabile – un’organizzazione priva di infiltrati ma per ridurre i danni che questi possono produrre. Infatti, la storia insegna che gli apparati repressivi non sono stati in grado di sconfiggere le rivoluzioni ma che in diversi casi sono riusciti a stroncare le direzioni rivoluzionarie, come accadde ad esempio in Germania nel 1919 quando i dirigenti comunisti, fra i quali Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, furono assassinati dai freikorps diretti da Noske al servizio del governo socialdemocratico di Ebert. Conoscere i metodi degli apparati repressivi può essere dunque utile a salvare dirigenti e militanti rivoluzionari il cui operato potrà essere determinante al momento decisivo.

Serge constata che “l’imprudenza dei rivoluzionari è sempre stata il miglior aiuto della polizia”, e forniva una serie di consigli di cautela che riteneva potessero essere utili ai militanti: ad esempio, considerarsi pedinati permanentemente può indurre ad utilizzare le precauzioni necessarie per eludere l’eventuale sorveglianza. Suggeriva altresì di scrivere il meno possibile, tanto meno su argomenti delicati (“talora è meglio dimenticare certe cose che annotarle per iscritto”), e di evitare la precisione, soprattutto nelle lettere, usando abbreviazioni e dicendo il meno possibile, per cercare di essere compresi solo dal destinatario. Serge invitava alla cautela durante le conversazioni telefoniche, ritenendo gli apparecchi telefonici facili da sorvegliare, e suggeriva di non fare confidenze: “saper tacere è un dovere verso il Partito e verso la rivoluzione”. Ciò è tanto più vero, aggiungeva Serge, in caso di arresto: non confessare, non dire niente, non rispondere se non in presenza di un difensore (meglio se un compagno di Partito), stare in silenzio senza lasciarsi intimidire dalle minacce o dalle menzogne, non firmare nulla se si ha il minimo dubbio. Secondo Serge era necessario sapere tacere anche coi compagni di partito, per preservarli da responsabilità che non spettano loro, e “bisogna saper ignorare volontariamente ciò che non si deve conoscere” senza sentirsi offesi dal silenzio di un compagno, che non è indice di mancanza di fiducia.

Anche davanti ai giudici borghesi, scriveva Serge, il rivoluzionario deve servire la classe operaia, “usando il banco degli imputati come tribuna, passando da accusato ad accusatore”, senza mai dimenticare che poliziotti e giudici “difendono servilmente un ordine iniquo, nocivo, condannato dalla storia, mentre noi lavoriamo per la sola grande causa del nostro tempo: per la trasformazione del mondo tramite la liberazione del lavoro” 11.

La repressione rivoluzionaria

Alcune persone, ingenuamente, auspicano che le guerre, la miseria, l’oppressione potranno essere superate pacificamente. Altre, pur rivendicando la rivoluzione, ricadono nell’ingenuità di ritenere che la stessa possa condurre direttamente alla società comunista senza passare dalla dittatura del proletariato. La verità, scrive Serge, è che la società è divisa in classi, e che le classi – i cui interessi sono antitetici – non possono che andare allo scontro.

I riformisti, di fatto, cercano di convincerci che occorre “lasciare il monopolio dell’uso della mitragliatrice alle classi dominanti e cercare di condurle dolcemente, con la persuasione a rinunciarvi!”. I rivoluzionari, al contrario, invitano i lavoratori a “prendere l’oggetto di morte e volgerlo contro coloro che l’hanno fatto”. La rivoluzione, infatti, “non ha la scelta delle armi. Raccoglie nella sua area insanguinata quelle che la storia ha forgiato, quelle cadute dalle mani di una classe dirigente vinta. Ieri occorreva alla borghesia, per reprimere i disordini, una pesante macchina coercitiva; occorre oggi ai proletari ed ai contadini, per abbattere le più alte resistenze degli sfruttatori spodestati, per impedire loro di riprendere il potere, un potente organo di repressione. La mitragliatrice non scompare, cambia di mano. Preferirle l’aratro non ha senso…”.

Subito dopo aver ottenuto la vittoria, i rivoluzionari in Russia si trovarono davanti a una situazione estremamente difficile e si resero conto che continuare la rivoluzione sarebbe stato più difficile che averla realizzata. L’acqua, l’elettricità, i viveri scarseggiavano, anche a causa del sabotaggio dei burocrati, iniziava la guerra civile alimentata dai filomonarchici che si andavano riorganizzando. “La magnanimità della giovane repubblica dei Soviet sarebbe costata cara a lei stessa per anni, molto sangue. Gli storici si chiederanno certo un giorno – e i teorici comunisti farebbero senz’altro bene ad anticipare il lavoro degli storici – se la Russia rossa, con un maggiore rigore ai suo inizi, con una dittatura che si fosse sforzata di ridurre senza indugio all’impotenza con misure di sicurezza pubblica le classi nemiche, anche se sembravano passive, non si sarebbe risparmiata così una gran parte degli orrori della guerra civile”. Anche Lenin e Trotsky combatterono le esitazioni, ritenendo che “una rivoluzione non deve essere, all’inizio, né clemente né indulgente, ma piuttosto dura. Nella lotta di classe, bisogna picchiare forte, riportare vittorie decisive, per non dovere riconquistare, senza sosta con nuovi rischi e sacrifici, lo stesso terreno”.

Il 7 dicembre fu fondata la Commissione straordinaria per la repressione della contro-rivoluzione e della speculazione (CEKA) per contrastare con maggiore energia i nemici interni che cospiravano contro la rivoluzione. Allo stesso modo in cui centoventi anni prima in Francia la Convenzione, attraverso il tribunale rivoluzionario e la ghigliottina, represse gli oppositori. Persino i girondini, partito moderato della rivoluzione borghese, per bocca del suo oratore Vergniaud mettevano in guardia dalla magnanimità e rimarcavano la necessità della repressione: “Prove legali! Ah! Non stimate nulla il sangue che vi costeranno! Preveniamo piuttosto i disastri che ce le potrebbero procurare! Prendiamo finalmente misure vigorose!”. Secondo Serge è paradossale che la borghesia, che raggiunse il potere attraverso la rivoluzione violenta e la feroce repressione della monarchia e dell’aristocrazia, e che ha costruito il proprio impero economico nei secoli attraverso “lo sfruttamento implacabile, sanguinario dei contadini che furono spogliati e ridotti al vagabondaggio”, si sia poi indignata davanti alla dittatura proletaria e al terrore rosso 12.

La repressione dipende dall’esistenza dello Stato e dal suo carattere di classe, “è una delle funzioni essenziali di ogni potere politico. Lo Stato rivoluzionario, almeno nella prima fase della sua esistenza, ne ha più bisogno di ogni altro”. La differenza fra la repressione dello Stato borghese e quella dello Stato proletario è che la prima è esercitata contro la maggioranza della società a tutela di una minoranza parassitaria, la seconda è finalizzata a garantire la liberazione delle masse oppresse dai padroni espropriati. Alle crisi generate dal normale funzionamento del sistema capitalista, con gli effetti devastanti che produce sul piano sociale, “la borghesia non sa rimediare che con la repressione. Lo Stato sovietico, colpendo le cause del male, ha evidentemente molto meno bisogno della repressione […] Si ruberà molto meno quando nessuno avrà più fame, non si ruberà più quando sarà realizzato il benessere per tutti” 13.

L’Okhrana, sottolinea Serge, non è riuscita – e non poteva riuscire – ad evitare il crollo dello zarismo, mentre la Ceka “ha contribuito molto a impedire il rovesciamento del potere dei Soviet”. La polizia zarista non avrebbe mai potuto evitare la caduta di un edifico tarlato, al massimo avrebbe potuto prorogarne la morte. Questa rete di poliziotti e provocatori, infatti, lavorava all’impresa impossibile di “frenare l’abbattersi delle onde contro la vecchia scogliera piena di fessure, vacillante, pronta a seppellirli sotto il suo crollo”; la Ceka, al contrario, “non ha simili assurde funzioni” in quanto è “un’arma nelle mani della maggioranza contro la minoranza, un’arma tra molte altre, dopo tutto accessoria”. La repressione “è un’arma efficace fra le mani di una classe energica, cosciente di ciò che vuole, che sorvegli gli interessi della maggioranza. Nelle mani di un’aristocrazia degenerata, i cui privilegi costituiscono un ostacolo allo sviluppo economico della società, è storicamente inefficace […] La repressione è efficace quando agisce nel senso dello sviluppo storico, è in fin dei conti impotente quando va contro lo sviluppo storico”. La massima differenza fra l’oppressione-repressione esercitata dallo Stato capitalista e quella promossa dalla dittatura del proletariato “è che quest’ultima costituisce un’arma necessaria alla classe che lavora per l’abolizione di tutte le oppressioni” 14.

Note

  1. ⇧ V. SERGE, Quello che ogni rivoluzionario deve sapere sulla repressione, Gwynplaine, 2012, pp. 28-29.
  2. ⇧ Ibidem, pp. 31-35.
  3. ⇧ Ibidem, pp. 59-63.
  4. ⇧ Ibidem, pp. 35-39, 52-53.
  5. ⇧ Ibidem, pp. 37-38.
  6. ⇧ Ibidem, pp. 76-89.
  7. ⇧ Ibidem, pp. 87-88.
  8. ⇧ Ibidem, p. 78.
  9. ⇧ Ibidem, p. 99.
  10. ⇧ Ibidem, p. 97.
  11. ⇧ Ibidem, pp. 100-108.
  12. ⇧ Ibidem, pp. 110-118.
  13. ⇧ Ibidem, pp. 124-129.
  14. ⇧ Ibidem, pp. 138-141.