Metalmeccanici: il Ccnl 4.0 che guarda al futuro… dei padroni

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I metalmeccanici italiani sono chiamati a esprimersi, attraverso un referendum nei luoghi di lavoro, in merito all’accettazione dell’ipotesi del nuovo CCNL, firmato da Federmeccanica e dai vertici dei sindacati collaborazionisti FIOM, FIM e UILM a inizio febbraio.

Nel contesto attuale, questo contratto assume un’importanza storica in quanto è il primo tassello di un processo di modifica del mercato del lavoro che gradualmente andrà a toccare profondamente le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Un processo dettato dall’esigenza di adeguare l’apparato produttivo italiano allo sviluppo tecnologico e renderlo maggiormente competitivo con le altre economie su scala mondiale. L’obiettivo di questo CCNL, sulla falsariga delle riforme previste in altri settori come la scuola e la pubblica amministrazione, è quello di legare sistematicamente in maniera più marcata il salario alle competenze e alla produzione e di promuovere le forme dell’alternanza scuola/lavoro e dell’apprendistato al fine di forgiare una futura classe lavoratrice ultra-specializzata.

D’Industria 4.0 si parlò per la prima volta alla fiera di Hannover del 2011 e nel giro di un anno un gruppo d’ingegneri presentò al governo tedesco un piano di digitalizzazione del settore manifatturiero. È indubbio che nell’ambito della competizione europea l’Italia in questi anni è rimasta complessivamente molto indietro nel rinnovamento del proprio comparto industriale. Ha pagato la scarsa capacità d’investimento, la difficoltà di adattamento della PMI, che assume ancora una posizione alquanto rilevante nell’economia del Paese se confrontata rispetto ad altre nazioni, ai cambiamenti subiti dal mercato e constata una politica basata sulla concorrenza al ribasso all’interno del mercato internazionale, scaricando sui lavoratori i costi della crisi del 2008 e della crescente concorrenza a livello globale. Nella classifica della competitività mondiale stilata dal World Economic Forum nel 2018, l’Italia si trovava al 31esimo posto. Per citare qualche dato indicativo, nel 2019 solo il 16% delle industrie italiane aveva effettuato interventi e investimenti su qualcuna delle tecnologie 4.0. La successiva crisi pandemica ha agito come una lente d’ingrandimento di questo problema.

Oggi recuperare il terreno perso sembra la mission comune di governo, padroni e sindacati. Tuttavia, è bene ribadire sin da subito che, nonostante il progresso tecnologico costituisca potenzialmente un progresso per l’intera società, in regime capitalista anche assecondando la “svolta” 4.0 non si avrà alcun risvolto positivo sui lavoratori: questo CCNL lo dimostra in maniera trasparente e senza nessun filtro. Questo nuovo contratto è figlio di una lunga concertazione che partì dal Patto della fabbrica del 2018, firmato sempre da Confindustria e sindacati confederali, e proseguì con un anno e mezzo di tavoli d’incontro dove vennero svendute anche le più piccole richieste sindacali contenute nella piattaforma iniziale della trattativa, votata dai metalmeccanici nell’autunno del 2019. Nel “Patto della fabbrica” si poneva al centro del dibattito l’adeguamento dell’industria nazionale all’innovazione tecnologica, che contestualizzato in questa fase si traduce come sacrificio del proletariato per garantire la sopravvivenza della borghesia.

I grandi esclusi dalla concertazione sono i metalmeccanici stessi, i cui interessi sono piegati totalmente alle esigenze padronali. C’era da aspettarselo, soprattutto per il fatto che veniamo da anni di paralisi delle lotte soffocate dalle politiche di concertazione adottate dalle burocrazie confederali che ora salutano questa firma come una conquista eccezionale e una grande vittoria. Non dimentichiamo che negli ultimi anni i sindacati confederali hanno ridotto il movimento operaio a un soggetto impotente di agire nella realtà e pronto a capitolare di fronte a ogni esigenza padronale, a eccezione di poche, anche se significative, minoranze combattive. Confermano questo quadro le sole quattro ore di sciopero (a novembre) con cui si è arrivati a questa firma, le quali hanno raggiunto una buona partecipazione in alcune realtà di fabbrica, ma localizzate in particolar modo nell’Italia settentrionale.

Cosa prevede il nuovo CCNL?

I due aspetti principali su cui è importante concentrarsi sono la presenza di un aumento salariale (pressoché assente nel contratto 2017/2019, limitato in quel caso a un semplice adeguamento all’inflazione) e una riforma dell’inquadramento professionale.

Avevamo già scritto in passato che l’iniziale richiesta di un aumento dell’8% sul salario minimo spalmato su 3 anni, presente nella piattaforma di contrattazione, era davvero poca cosa: una elemosina. L’ipotesi di contratto oggi prevede un aumento del 6% in 4 anni.

Incremento dei Minimi per Livello/Incrementi complessivi per Livello    
Livello1ª tranche dal 1° giugno 20212ª tranche dal 1° giugno 20223ª tranche dal 1° giugno 20234ª tranche dal 1° giugno 2024TOTALE
D120,1820,1821,7928,2590,40
D222,3822,3824,1731,33100,26
C122,8622,8624,6932,01102,42
C223,3423,3425,2132,68104,57
C325,0025,0027,0035,00112,00
B126,8026,8028,9437,52120,06
B228,7528,7531,0540,25128,80
B332,1032,1034,6644,93143,79
A132,8632,8635,4946,01147,22

Come cercheremo di dimostrare, questo aumento risulta essere a conti fatti perfettamente in linea con quanto è avvenuto tra il 2008 (primo anno della crisi) e il 2019. Prendiamo come esempio un operaio inquadrato con il terzo livello (un inquadramento molto diffuso nelle fabbriche che oggi diventa D2). Questo operaio nel 2008 percepiva mensilmente uno stipendio minimo lordo di 1315,50 euro al mese 1. Il suo salario minimo nel 2019 invece è cresciuto a 1617,37 euro. Con il semplice adeguamento salariale al tasso d’inflazione sarebbe arrivato a percepire un salario di 1480,55 euro nel 2019 2. Quindi in 11 anni c’è stato un aumento effettivo di 136,82 euro (1617,37 – 1480,55) per una crescita salariale media sul lordo di 12,50 l’anno.

Per valutare l’efficacia di un aumento salariale però non possiamo limitarci a osservare l’aumento del reddito in base all’inflazione (trucchetto usato abilmente tanto dal padronato quanto dal mondo sindacale collaborazionista) ma dobbiamo tenere conto di quanto incida materialmente sul miglioramento della vita del lavoratore. Partiamo dalle condizioni oggettive attuali. Il costo medio mensile della vita in Italia per una persona che vive sola, considerando vitto, affitto, bollette per le utenze, telefono e internet, spese extra come: abbigliamento, cura personale, trasporti, si aggira attualmente attorno ai 1100 euro. Lo stipendio netto attuale di un terzo livello non supera i 1200 euro: se il livello medio di povertà relativa è stato fissato dall’ISTAT nel 2019 a 1094,95 3, ci si renderà facilmente conto di quanto si stia osservando una condizione esistenziale precaria, che tra l’altro è destinata a peggiorare e può tranquillamente avvicinarsi a condizioni di povertà relativa in diverse zone industriali in cui il costo della vita è più alto della media nazionale. Ricordiamo anche che in Germania, tutt’altro che un paradiso socialista, il costo della vita è inferiore, anche se di poco, a quello dell’Italia ma un metalmeccanico guadagna in media il 50% in più.

L’aumento previsto dal contratto per il terzo di livello è di 100 euro lorde spalmate in 4 anni dal 2021 al 2024. Di anno in anno verrà considerata l’inflazione e nel caso in cui l’importo relativo all’adeguamento Indice dei Prezzi di Consumo Armonizzato (IPCA) per i paesi dell’Unione risultasse superiore dell’aumento previsto, seppure nessuna previsione seria avvalora tale andamento, gli aumenti saranno adeguati all’importo e pertanto l’operaio percepirebbe più della somma pattuita che coprirebbe l’aumento dell’inflazione. Se l’importo relativo all’adeguamento IPCA dovesse rimanere in media ai livelli del 2020 coprirà all’incirca la metà dell’aumento salariale (50 di quei 100 euro). L’aumento dello stipendio lordo, al netto dell’inflazione, si aggirerà attorno ai 50 euro lordi al mese dal quarto anno. Sul salario netto andrà ad incidere tanto quanto un caffè al giorno che verrà consumato per intero soltanto nel 2024. Se invece, come molti economisti affermano, l’inflazione dovesse crescere in seguito anche alla crisi pandemica, l’aumento reale percepito potrà risultare ancora minore o addirittura nullo. In questo caso sarebbe totalmente in linea con i parametri contenuti nel “Patto della fabbrica”, dove l’unico aumento salariale previsto consisteva nell’adeguamento annuale alle variazioni dell’IPCA. In ogni caso non ci discosteremmo dai livelli di crescita salariali ottenuti dall’inizio della crisi, che, come abbiamo detto, si sono aggirati intorno ai 12,50 euro annui lordi.

In definitiva: è questa la grande vittoria dei lavoratori che rivendicano i vertici sindacali nei confronti dell’intransigenza sugli aumenti del presidente di Confindustria Bonomi? Ricordiamoci che la Fiom solo nove anni fa rifiutava un contratto che alla luce dei fatti era migliore di questo dal punto di vista salariale (130 euro in 3 anni per un quinto livello), perché non tutelava il potere d’acquisto 4.

Industria 4.0: il nuovo mantra del capitalismo senile

Ma veniamo al secondo punto: la riforma dell’inquadramento contrattuale che assurge alla funzione di superamento “del sistema introdotto nel 1973, ai tempi della fabbrica fordista, sostituito con uno nuovo per cogliere i cambiamenti e la transizione verso l’industria 4.0” 5 e che viene scambiata con l’elemosina spacciata per aumento.

ATTUALI CATEGORIEMINIMI AL 31/05/2020CAMPI PROFESSIONALILIVELLIMINIMI AL 01/06/2021
11330,54Eliminazione 1ª categoria
21468,71D
Ruoli Operativi
D11488,89
31628,69D21651,07
3S1663,88C
RUOLI TECNICO SPECIFICI
C11686,74
41699,07C21722,41
51819,64C31844,64
5S1950,39B
RUOLI SPECIALISTICI E GESTIONALI
B11977,19
62092,45B22121,20
72336,02B32368,12
82392,00A
RUOLI DI GESTIONE DEL CAMBIAMENTO E INNOVAZIONE
A12424,86

Il tema della quarta rivoluzione industriale è essenziale per comprendere la riforma dell’inquadramento. I mutamenti dovuti al progresso tecnologico hanno colpito in maniera diseguale strati diversi della borghesia (e di conseguenza del proletariato). I settori tradizionali connessi in maniera minore al progresso tecnologico soffrono maggiormente della sovrapproduzione e del conseguente limitato margine di crescita, e ciò si traduce in una competitività sempre più intensa e volta alla loro esclusione nelle logiche di mercato. Questo quadro si riflette in particolar modo sui lavoratori che pagano in maniera diretta questa tendenza attraverso licenziamenti e casse integrazione, salari non adeguati al costo della vita e carichi di lavoro sempre maggiori.

La divisione dei nuovi livelli è basata sulle competenze “soft skills” del lavoratore e di conseguenza sulle mansioni che può svolgere all’interno dell’azienda o della fabbrica di cui è dipendente. Questo è un primo passo verso una ricostruzione del mercato del lavoro che per legare in maniera più netta l’inquadramento alle competenze, alle mansioni, nonché a rami industriali e alle tipologie d’imprese, porterà a una difficoltà assai più grande di quella che c’era in passato nei passaggi di livello, i quali adesso saranno più rigidamente chiusi da un punto di vista legislativo.

Nel caso degli aumenti salariali abbiamo preso come riferimento un terzo livello (ora D2), che svolge un ruolo operativo all’interno della propria impresa. Sono tante le domande che sorgono spontanee. In che modo molti dei futuri operai potranno schiodarsi dal D2? A seguito dei licenziamenti che ci saranno dopo la fine del blocco, quanti di coloro che verranno riassunti lo saranno con il vecchio inquadramento?

In definitiva, gli unici interessi che verranno tutelati da questo nuovo inquadramento, diviso in maniera più marcata per competenze, saranno quelli padronali che in tanti casi non riuscendo ad acquisire margini di profitto consistenti sul mercato e per non colare a picco si aggrappano al salario estorto ai lavoratori come a un salvagente. Così è stato dopo la crisi del 2008 e presumibilmente così sarà dopo quest’attuale crisi pandemica.

La segretaria della Fiom, Francesca Re David, ha dichiarato che: “l’aggiornamento e la revisione dell’inquadramento professionale per adeguarlo alle profonde trasformazioni tecnologiche e organizzative avvenute produce il superamento del 1° livello dal 1 giugno: migliaia di lavoratori passeranno al secondo livello”. Anche se il sottopagato primo livello è un inquadramento poco comune tra i metalmeccanici, la sua eliminazione ha sicuramente un valore positivo, ma dietro questa piccola “vittoria” si nasconde una evidente e ben più grande sconfitta, ovvero il fatto che questo CCNL sancisce irrimediabilmente l’ennesima capitolazione della classe lavoratrice al padronato di fronte al progresso tecnologico.

Quando si parla di progresso e innovazione tecnologica, l’interesse che un lavoratore ha per questi temi non consiste in una riforma dell’inquadramento per adeguare il proprio salario alle necessità di sopravvivenza del padrone, ma nell’utilizzo della scienza e della tecnologia per lavorare meno, con ritmi meno elevati e con maggiore sicurezza, nonché in un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Invece la riduzione dell’orario di lavoro, fermo a cinquant’anni fa, rimane un tabù che non era neanche presente nella piattaforma di contrattazione; la “ridistribuzione della ricchezza” si riduce ridicolmente e per quanto riguarda la sicurezza abbiamo viaggiato per anni con una media di tre morti al giorno sul lavoro. Quest’anno, invece, le morti sul lavoro con la pandemia sono aumentate del 15% 6. Si tratta dell’ennesima dimostrazione dell’inconsistenza dei protocolli di sicurezza concertati fra burocrazia sindacale e padronato, atti più a spegnere il fuoco della rabbia scoppiata nelle fabbriche all’inizio della pandemia piuttosto che a garantire una reale sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il ruolo del sindacato

La capitolazione di fronte a questi cambiamenti è stata accompagnata magistralmente dalle burocrazie confederali che hanno posto la concertazione al centro della loro strategia, annullando completamente ogni tentativo di lotta indipendente della classe. Anche l’ultimo “sciopero generale” dei metalmeccanici, datato Giugno 2019, si poneva politicamente in una posizione di totale asservimento agli interessi della borghesia riducendosi a rivendicare ad alta voce maggiori investimenti, senza tenere minimamente in conto gli interessi reali dei lavoratori e neanche lo stato dell’economia del Paese e della crisi politica della borghesia. Il ruolo assunto dalla CGIL e l’avvicinamento della sua politica a quella di UIL e CISL sono stati cruciali in questa fase. Il velo combattivo “puramente mediatico” di cui si ricopriva Landini all’inizio dello scorso decennio si è dissolto completamente, sacrificato sull’altare della propria carriera, anche se il suo “cambiamento” in leader fedele e collaborativo con le imprese continua a incantare una fetta consistente d’iscritti CGIL suoi sostenitori dalla prima ora, che un tempo erano pronti a scioperare e votare contro i contratti farsa e ora vengono catapultati nella politica di unità nazionale insieme a Stato e imprese e nella propaganda nei luoghi lavoro di questo magnifico CCNL, esattamente come era successo per quello precedente del 2017.

La grande illusione alimentata da questi loschi figuri si basa sull’assioma errato che in questa fase di cambiamento gli interessi dei padroni e quelli dei lavoratori possano coincidere e che quest’ultimi, attraverso lo sviluppo delle proprie competenze, possano accompagnare gli attuali processi favorendo la crescita dell’economia nazionale e ricevendo in cambio miglioramenti per le proprie condizioni di vita e per la società intera. È evidente che le cose non stanno così. Questo contratto ne è la prova tangibile oggi, ma, ragionando sul futuro, l’immagine che va a delinearsi è ancora più catastrofica. Il progresso tecnologico sta portando a una diminuzione del tempo di lavoro necessario per la produzione, ma questo, in un sistema dove i mezzi di produzione sono nelle mani dei privati parassiti, anziché tradursi in una redistribuzione del lavoro, porta inevitabilmente a un abbattimento della forza lavoro. Nel settore metalmeccanico in Italia siamo passati, per esempio, da 2 milioni di lavoratori prima della crisi del 2008 a 1,6 oggi. In previsione la correlazione tra salario e competenze porterà a un aumento delle disuguaglianze tra lavoratori appartenenti a settori diversi (in quello metalmeccanico è già evidente la divisione tra operai e impiegati) e a una maggiore crescita della disoccupazione e della precarietà. Questo modello di sviluppo e di mercato del lavoro è un fallimento annunciato nell’ottica della ripresa dei consumi ed è quindi destinato ad acuire la crisi di sovrapproduzione.

Rifiutare l’ennesimo contratto/ricatto e ripartire dalla lotta

Nei prossimi anni l’acuirsi della crisi economica mostrerà in maniera più chiara e brutale l’illusione alimentata da questi sindacalisti venduti alla causa della borghesia. Pertanto ci troviamo di fronte all’urgenza di ripartire da una lotta concreta contro le burocrazie confederali, che passi anche per una forte campagna per il “NO” a questo referendum. I sindacati di base (SI Cobas, USB, SGB, CUB, Confederazione Cobas…) e le opposizioni CGIL si sono già mobilitati in tal senso, presentando diversi appelli per il “NO”.

Anche noi invitiamo i metalmeccanici a rifiutare questo contratto per ripartire dalla lotta. Siamo consapevoli che questo rinnovo rischia di essere accettato data la situazione di ricatto in cui si trovano i lavoratori, e siamo certi che nelle assemblee di fabbrica le RSU allineate con i vertici della triplice FIOM-FIM-UILM lo presenteranno come il miglior contratto possibile di questi tempi e pertanto si riproporrà il solito ritornello: non vi è alternativa a questo contratto. Come se non bastasse, la decisione di fissare la data del referendum entro il 15 Aprile, a ridosso della data del rinnovo (Giugno), pone la classe lavoratrice ancor di più di fronte a una sorta di ultimatum.

In ogni caso, alle attuali condizioni nessun miglioramento salariale potrà essere un freno alla necessità di lottare. C’è in gioco una posta molto più alta. L’aumento delle disuguaglianze interne alla classe e la spinta continua alla competitività possono far presagire forti ripercussioni sulle difficoltà, già presenti, a portare avanti una lotta economica unitaria nei singoli settori. In quello metalmeccanico, per esempio, i più colpiti saranno gli operai di fabbrica e la lotta dovrà necessariamente ripartire da loro. Tra le militanti e i militanti rivoluzionari, le sindacaliste e i sindacalisti di classe, le lavoratrici e i lavoratori combattivi, sarà necessaria una discussione su come organizzare tale lotta nei tempi che ci troveremo a vivere, anticipando e analizzando i nuovi conflitti generati dai mutamenti sociali.

È preminente la rottura di ogni cordone ombelicale con le burocrazie del proprio sindacato di appartenenza, siano esse quelle vendute e opportuniste dei sindacati confederali o quelle settarie e autoreferenziali dei sindacati di base. L’unità dei lavoratori e delle lavoratrici non potrà che passare per quest’azione di rottura con le burocrazie, le opposizioni interne al proprio sindacato dovranno guardare necessariamente al di fuori di esso senza limitarsi più a un’azione circoscritta nella propria organizzazione, strategia che destina gli sforzi all’impotenza di un’opposizione interna letteraria e di congresso. La formazione di una corrente dei lavoratori conflittuali, inclusiva di appartenenti a qualsivoglia sigla sindacale e anche a nessuna, dovrà condurre a strumenti di autorganizzazione operaia fondati sul metodo assembleare e sulla consapevolezza della necessità del rovesciamento del sistema economico di sfruttamento vigente.

Come militanti rivoluzionari ci poniamo al servizio di tale obiettivo.

Prospettiva Operaia – Avanzata Proletaria

Note

  1. CCNL 2008, http://archivio.fiom.cgil.it/ccnl/industria/2008/2008_minimi_tabellari-industria.pdf
  2. Calcolo effettuato mediante il seguente calcolatore: https://www.rivaluta.it/calcolatore-inflazione.asp
  3. Rilevazione ISTAT sul tasso di povertà: https://www.istat.it/it/files/2020/06/REPORT_POVERTA_2019.pdf
  4. http://archivio.fiom.cgil.it/ccnl/industria/2012/12_12_05-vol_ccnl.pdf.
  5. Il Sole 24 Ore, https://www.ilsole24ore.com/art/intesa-nuovo-contratto-metalmeccanici-aumento-medio-112-euro-AD0Bi4HB
  6. Dati Inail sulle morti sul lavoro, https://www.repubblica.it/economia/2020/12/30/news/inail_-280410756/

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