Trotsky e le lotte dei popoli coloniali

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di Paolo Casciola
(dal sito dell’Associazione Pietro Tresso)

Quella che segue è la traduzione italiana del testo integrale inglese della relazione su “Trotsky and the Struggles of Colonial Peoples” che Paolo Casciola ha presentato, a nome del Centro Studi Pietro Tresso, in occasione del simposio internazionale su Leon Trotzki 1879-1940/1990. Kritiker und Verteidiger der Sowjetgesellschaft, svoltosi a Wuppertal dal 26 al 29 marzo 1990. L’autore vi ha successivamente aggiunto una nota, contrassegnata da un asterisco, riguardante la posizione di Trotsky sui rapporti tra il Partito Comunista Cinese ed il Kuomintang negli anni 1922-27.

L’argomento principale di questo contributo è la teoria trotskiana della rivoluzione permanente. Tale teoria ha un considerevole retroterra storico-politico. Una concezione permanentista del processo rivoluzionario può essere fatta risalire ad alcuni scritti di Karl Marx e Friedrich Engels, e soprattutto al famoso “Indirizzo del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti” dell’aprile 1850. Nelle loro opere, però, sono anche presenti dei punti di vista tappisti. Questa posizione contraddittoria dei “padri fondatori” del comunismo scientifico ebbe pesanti ripercussioni sull’evoluzione successiva del movimento operaio. L'”ortodossia” pro-colonialista della Seconda Internazionale trasformò la concezione tappista in un dogma assoluto che venne sostanzialmente accettato persino dall’ala sinistra della socialdemocrazia.

La rottura con questa tradizione falsamente ortodossa costituisce uno dei più importanti contributi di Trotsky allo sviluppo del pensiero marxista nel nostro secolo. A partire dall’estate del 1905 Trotsky sfidò apertamente il dogma ufficiale, spingendosi persino più in là delle idee radicali espresse da Parvus. Secondo Trotsky, la fase democratica della rivoluzione in Russia poteva trascrescere in rivoluzione socialista, dando così avvio ad una dittatura proletaria appoggiata dai contadini. Tale possibilità divenne effettivamente una realtà circa dodici anni dopo. La rivoluzione d’Ottobre confermò in positivo la validità della teoria elaborata da Trotsky, negando in tal modo nella pratica le varie sfumature della concezione tappista della rivoluzione.

Per lungo tempo, tuttavia, la teoria della rivoluzione permanente rimase una “teoria russa”, in un modo o nell’altro pertinente soltanto alla storia russa. Nessuno nel campo marxista – neppure lo stesso Trotsky – capì la portata universale di tale teoria che, dopo il cruciale banco di prova del 1917, venne relegata nel limbo delle “concezioni superate”.

Per quel che concerne la questione della rivoluzione nei Paesi coloniali e semicoloniali, la politica comunista continuò a basarsi su di una prospettiva tappista che riconosceva la capacità della borghesia nazionale di quei Paesi di assolvere i compiti democratici della rivoluzione antifeudale. Ogni possibile generalizzazione del postulato fondamentale della teoria della rivoluzione permanente – cioè l’incapacità della borghesia nazionale (russa) di realizzare i compiti democratici della rivoluzione borghese a causa dei suoi legami con la classe dominante feudale da una parte e con l’imperialismo straniero dall’altra – venne ripetutamente messa in dubbio dallo stesso Lenin negli articoli da egli consacrati ad analizzare la situazione in Cina all’indomani della rivoluzione del 1911. Secondo Lenin, la borghesia cinese ed asiatica «marcia[va] ancora col popolo contro la reazione»1, ed era quindi in grado di giocare lo stesso ruolo storico progressista svolto dalla borghesia francese nel 1789: «in Asia c’è ancora una borghesia capace di esprimere una democrazia sincera, combattiva, conseguente, degna compagna dei grandi predicatori e dei grandi uomini della fine del secolo XVIII in Francia»2.

Questa posizione di Lenin rispetto al potenziale antifeudale della borghesia cinese era chiaramente basata su una scarsa informazione a proposito degli avvenimenti cinesi di quegli anni. Infatti la rivoluzione del 1911 sancì la vittoria di un blocco anti-Manciù formato dalla borghesia autoctona e da settori consistenti delle vecchie classi possidenti feudali, e l’ordine sociale preesistente non subì alcun mutamento degno di rilievo. I compiti della rivoluzione democratica vennero sacrificati sull’altare dell’alleanza tra i commercianti e gli imprenditori urbani da una parte ed i grandi proprietari fondiari dall’altra. Le tendenze conservatrici della borghesia nazionale divennero ancor più evidenti allorché – poco tempo dopo il colpo di stato dell’ottobre 1911 a Wuchang – la forte borghesia compradora di Shanghai, di fronte alla politica di crescente esazione fiscale adottata dal governo di Nanchino (che veniva boicottato finanziariamente dalla gentry), si volse verso il “modernizzatore autoritario” Yuan Shi-kai. Lungi dall’imboccare la stessa strada percorsa dalla borghesia europea nella sua fase rivoluzionaria, quindi, la borghesia nazionale cinese non riuscì ad affermarsi come classe dominante e a creare un suo apparato statale.

Fu forse sulla scia di tali sviluppi che Lenin avanzò episodicamente qualche dubbio sull’effettivo “rivoluzionarismo” della borghesia autoctona. Così, in un articolo scritto verso la fine del 1912, egli dichiarò che:

La libertà cinese è stata conquistata mediante l’unione della democrazia contadina e della borghesia liberale. Il prossimo avvenire ci dirà se i contadini, non diretti dal partito del proletariato, sapranno mantenere la loro posizione democratica contro i liberali, i quali aspettano soltanto il momento propizio per spostarsi a destra.3

Ma questo embrione di revisione permanentista rimase lettera morta. Il movimento comunista continuò a muoversi, come in precedenza, entro un quadro “europeista” secondo il quale i popoli coloniali dell’Asia dovevano attraversare le stesse fasi di sviluppo socio-economico che erano state sperimentate in Europa. Il compito dei nuclei comunisti nei Paesi arretrati era quindi quello di lottare «non […] contro il capitale, ma contro le vestigia del medioevo», poiché era necessario che tali nuclei si basassero «sul nazionalismo borghese che si sta risvegliando in questi popoli [dell’oriente] e che non può non risvegliarsi; esso è storicamente giustificato»4.

Questa antinomia delle vedute di Lenin rispetto ai Paesi coloniali e semicoloniali doveva contrassegnare tutta un’epoca della storia del movimento comunista. Seguendo le orme di Lenin, la Terza Internazionale Comunista (Comintern) ebbe sempre una comprensione inadeguata della “questione coloniale”. Il fatto stesso che il Comintern abbia “scoperto” tale questione – e deciso di prestarle attenzione – soltanto allorché le prospettive rivoluzionarie nell’Europa “avanzata” cominciarono a svanire, è estremamente sintomatico. Per di più, vi fu non poca ambiguità nel modo in cui il II Congresso Mondiale del Comintern del luglio-agosto 1920 affrontò il problema di definire le direttrici di una politica rivoluzionaria per i Paesi coloniali e semicoloniali. L’approccio del II Congresso rispetto a questa questione portò infatti alla politica completamente erronea seguita nel Gilan, in Persia ed in Turchia nel 1920-21. In questi casi, la libertà d’azione dei movimenti comunisti locali venne letteralmente svenduta allo scopo di stipulare dei compromessi con governanti nazionalisti borghesi come Kemal Pasha o Reza Khan, cioè a vantaggio della raison d’Etat della Russia sovietica. Cosi il Comintern rivoluzionario impegnò alcune delle sue sezioni coloniali in alleanze di lunga durata con delle borghesie nazionali “anti-britanniche” dominanti, anche se queste ultime impedivano ai comunisti locali di «educare e organizzare in senso rivoluzionario i contadini e le grandi masse degli sfruttati»5. Questo, naturalmente, era un qualcosa che andava al di là delle tesi leniniane del 1920 sulle questioni nazionale e coloniale, ma ciò nondimeno da quelle stesse tesi venne fatta derivare una politica completamente sbagliata e suicida, la quale ottenne il sigillo di approvazione del Comintern.

Per quanto riguarda la rivoluzione nei Paesi coloniali e semicoloniali, dunque, la politica ufficiale del Comintern nei primi anni venti continuò a basarsi, grosso modo, su di una prospettiva tappista che contemplava la capacità della borghesia nazionale di assolvere i compiti democratici della rivoluzione “antifeudale”. Una visione chiaramente permanentista del processo rivoluzionario in tali Paesi fu del tutto assente. In realtà Lenin prese in considerazione la possibilità di saltare la fase di sviluppo borghese, – non nelle tesi, bensì in uno dei suoi interventi al II Congresso del Comintern, – ma questa posizione era debole nella misura in cui egli mancò di indicare il soggetto, cioè la classe, che avrebbe dovuto svolgere il ruolo dirigente nel processo di aggiramento del capitalismo. Cosicché ad Hendrikus Sneevliet (Maring) fu permesso di “piegare il bastone” fino al punto di dichiarare che il salto della fase capitalista avrebbe dovuto essere effettuato in collaborazione con forze borghesi e/o piccolo-borghesi, trasformandole dall’interno. Tale curvatura del bastone è indicativa del fatto che la politica coloniale del Comintern soffrì sin dall’inizio di un’interpretazione di destra.

Entro questo quadro generale, la linea tappista ufficiale incontrò l’opposizione di rivoluzionari coloniali come M.N. Roy e Sultan Zadeh. Lo stesso Trotsky assunse una posizione critica nei confronti della politica ufficiale in un rapporto pronunciato durante il III Congresso Mondiale del Comintern nel giugno del 1921:

La base delle lotte di liberazione delle colonie è costituita dalle masse contadine. Ma, nella loro lotta, i contadini hanno bisogno di una direzione. Di solito questa direzione è fornita dalla borghesia indigena. Ma la lotta di quest’ultima contro la dominazione imperialistica straniera non può essere conseguente né efficace in quanto la borghesia indigena è strettamente legata al capitale straniero e rappresenta in larga misura un’agenzia del capitale straniero. Solo l’ascesa di un proletariato indigeno sufficientemente forte dal punto di vista numerico e capace di lottare assicurerà un asse reale alla rivoluzione.6

Simili dichiarazioni di tipo permanentista, però, non furono che un’eccezione alla norma tappista prevalente, la quale trovò un’espressione coerente nel gennaio del 1922 nella convinzione di Grigory Zinoviev e di Georgy Safarov secondo cui l’Asia orientale non era matura per una rivoluzione socialista ma soltanto per una rivoluzione nazionale antifeudale ed antimperialista che avrebbe trasferito il potere nelle mani della borghesia nazionale. Tale politica venne in seguito pienamente adottata dal IV Congresso Mondiale del Comintern nel novembre-dicembre 1922 attraverso l’adozione della parola d’ordine del “fronte unico antimperialista”, la quale faceva appello alla creazione di un fronte comune del proletariato coloniale e della borghesia autoctona – un blocco politico mirante a conseguire obiettivi democratico-borghesi come l’unificazione nazionale e l’indipendenza dall’imperialismo. La concezione tappista sottostante era, di nuovo, che una “sovietizzazione” dei Paesi orientali non si poneva all’ordine del giorno e non poteva essere realizzata. Il fronte unico antimperialista venne presentato come un’estensione della tattica del fronte unico proletario ai Paesi coloniali e semicoloniali. Esso comportava però un cambiamento politico qualitativo, radicale, nella misura in cui il fronte unico proletario – cioè il fronte di una classe (il proletariato) contro un’altra (la borghesia) – veniva trasformato in quei Paesi in un blocco interclassista, frontepopulista.

Trotsky non prese parte alla discussione sulla questione orientale che si svolse durante il IV Congresso del Comintern. Si sa tuttavia che in seguito egli si oppose al contenuto concreto opportunista impartito dal “Kuomintern” alla politica del fronte unico antimperialista, che portò alla sanguinosa sconfitta della seconda rivoluzione cinese nel 1927. Tale contenuto opportunista era incarnato dalla richiesta di ingresso del Partito Comunista Cinese nel Kuomintang borghese allo scopo di formare un “blocco delle quattro classi” sotto la direzione della borghesia nazionale “liberal-democratica” – un blocco mirante al conseguimento dell’unificazione nazionale e dell’indipendenza nazionale dall’imperialismo. Come le tesi sulla questione orientale adottate dal IV Congresso del Comintern, anche i documenti ufficiali sulla Cina del 1923 erano incentrati attorno alla necessità di realizzare una “rivoluzione nazionale”. Il compito democratico-borghese centrale della riforma agraria venne completamente sminuito a causa del suo potenziale rivoluzionario, cioè della sua capacità di mobilitare le masse contadine povere e di accendere il fuoco della lotta di classe nelle campagne. Questo rifiuto di ogni possibile intervento degli oppressi sulla scena politica, dovuto al bisogno di non spaventare la borghesia autoctona, andò di pari passo con la pura e semplice identificazione della rivoluzione democratica nazionale con l’unificazione del Paese e con la liberazione dal giogo straniero. La borghesia nazionale cinese avrebbe in seguito dimostrato tanto la propria determinazione a conseguire l’unificazione e l’indipendenza nazionali quanto il suo desiderio di mantenere i rapporti sociali precapitalistici nelle aree rurali.

Lo sviluppo della seconda rivoluzione cinese nel suo insieme dimostrò come tutti i settori della borghesia autoctona, per quanto “di sinistra” essi fossero, erano assolutamente disposti ad agire contro la classe operaia ed i contadini poveri. La politica menscevica del tappismo e della collaborazione di classe imposta al Partito Comunista Cinese dalla direzione staliniano-bukharinista del Comintern spianò la strada al colpo di mano effettuato da Chiang Kai-shek a Shanghai nell’aprile del 1927. Si trattò dell’ultimo anello della lunga catena di controrivoluzione nazional-borghese iniziata all’indomani dell’ondata di scioperi del maggio-giugno 1925, allorché l’antagonismo di classe esistente tra il proletariato cinese e la borghesia autoctona cominciò ad emergere con estrema chiarezza. La politica cominternista di subordinazione della rivoluzione sociale alla borghesia nazionale presuntamente antifeudale ed antimperialista venne ripetutamente sfidata da Trotsky, il quale si oppose tanto all’ingresso del Partito Comunista Cinese nel Kuomintang quanto alla politica del blocco delle quattro classi ed insistette sul fatto che i compiti della rivoluzione democratica in Cina potevano essere assolti unicamente sotto la direzione del proletariato urbano: «La rivoluzione borghese-democratica cinese progredirà e vincerà sotto forma sovietica o non progredirà e non vincerà in nessun modo»7.

Le vedute di Trotsky a proposito della rivoluzione cinese furono completamente permanentiste sin dall’inizio. A quell’epoca, tuttavia, egli si astenne dal sostenere apertamente la teoria della rivoluzione permanente sia a causa dell’isterica campagna staliniana contro tale teoria, sia per la necessità di mantenere l’unità delle file dell’Opposizione Unificata, dove elementi come Karl Radek ed Evgeny Preobrazhensky (e, naturalmente, Zinoviev) si opponevano a qualsiasi prospettiva permanentista per la Cina. In ogni caso, Trotsky si dichiarò contrario all’ingresso del Partito Comunista Cinese nel Kuomintang a partire dal 1923*, sebbene egli stesso abbia successivamente ammesso di aver compiuto l’errore di non aver chiesto apertamente l’uscita dal Kuomintang allo scopo di non provocare la scissione dell’ala zinovievista dell’Opposizione Unificata8. La sua opposizione all’ingresso mirava a salvaguardare l’indipendenza di classe dell’avanguardia proletaria cinese, respingendo con ciò qualsiasi idea di costruzione di un “fronte unico antimperialista cinese” così come esso era concepito dal Comintern. Secondo lui questa era la precondizione principale affinché la rivoluzione cinese imboccasse la via dello sviluppo non-capitalista, cioè un salto della fase democratico-borghese della rivoluzione sotto l’egemonia della classe operaia9.

Dopo la sconfitta dell’insurrezione avventurista di Canton del dicembre 1927 Trotsky insistette sempre più apertamente sul carattere permanente della rivoluzione cinese. Verso l’aprile 1928 egli scrisse una lettera a Preobrazhensky sostenendo che:

Per carattere “permanente” della rivoluzione dobbiamo intendere quanto segue: […] i comunisti cinesi […], dopo aver preso in considerazione tutta l’esperienza passata, nonché tutte le questioni politiche, hanno tratto la conclusione che soltanto gli operai guidati dai comunisti potevano guidare i contadini contro i proprietari fondiari (la borghesia urbana e rurale); e che da tale lotta vittoriosa poteva derivare unicamente la dittatura del proletariato basata su un’alleanza con le centinaia di milioni di contadini poveri.10

Scrivendo ciò, egli stava rompendo con la concezione tappista della rivoluzione nei Paesi arretrati che aveva prevalso nella tradizione del Comintern tanto nella sua versione “ortodossa” al tempo di Lenin quanto nella sua foggia menscevica ed opportunista sotto la direzione di Zinoviev e, successivamente, di Stalin-Bukharin. Infatti gli ammaestramenti che egli trasse dall’esperienza storica testimoniavano che in Cina non c’era una borghesia nazionale che fosse realmente disposta a realizzare un’autentica rivoluzione antifeudale ed una lotta antimperialista coerente. Ed in seguito egli generalizzò questo insegnamento fondamentale a tutti i Paesi coloniali e semicoloniali:

Non uno solo dei compiti della rivoluzione “borghese” può essere assolto in questi Paesi arretrati sotto la direzione della borghesia “nazionale”, poiché quest’ultima emerge all’improvviso, con l’appoggio straniero, come una classe aliena o ostile al popolo. Ogni fase del suo sviluppo non fa che legarla più strettamente al capitale finanziario straniero, del quale essa è essenzialmente l’agenzia.11

Un chiaro esempio di questa generalizzazione della strategia della rivoluzione permanente a tutti i Paesi coloniali e semicoloniali è rappresentato dalla posizione adottata da Trotsky rispetto all’India. Nel maggio del 1930, in un articolo consacrato ad analizzare i compiti ed i pericoli della rivoluzione indiana, egli sottolineò il “perfido ruolo” della borghesia autoctona, che era stata «costretta ad entrare in azione per dominare il movimento allo scopo di smussare la sua lama rivoluzionaria». Prendendo in considerazione il desiderio dei contadini poveri di «una “giusta” ripartizione della terra», egli sostenne che la lotta del contadiname poteva essere trasformata in un’autentica rivoluzione sociale «soltanto sotto la direzione di una classe urbana, che diviene allora il dirigente della nazione rivoluzionaria», cioè il proletariato coloniale. Una delle caratteristiche principali della rivoluzione in India era rappresentata dalla «lotta tra il proletariato e la borghesia per la direzione delle masse contadine». Trotsky rifiutò recisamente il programma del Comintern, «che attribuisce un ruolo rivoluzionario alla borghesia coloniale» mentre invece essa è «capace di giocare unicamente un ruolo controrivoluzionario e non un ruolo rivoluzionario», e condannò il movimento di resistenza passiva guidato da Gandhi – che mirava ad evitare una rivoluzione sociale attraverso la predicazione della non-violenza – come «il nodo tattico che lega l’ingenuità e la cieca abnegazione delle disperse masse piccolo-borghesi alle perfide manovre della borghesia liberale»12,

Nove anni dopo, nel 1939, Trotsky sottolineò ancora una volta in termini inequivocabilmente permanentisti l’incapacità della borghesia indiana di dirigere una lotta rivoluzionaria a causa dei suoi stretti legami con l’imperialismo britannico e della sua dipendenza da esso. La vittoria finale della rivoluzione in India poteva essere assicurata soltanto dall’«alleanza degli operai e dei contadini poveri», giacché «la coalizione con la borghesia porta il proletariato a rinunciare alla lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo». Trotsky, però, non escluse che la borghesia autoctona, pur cercando di raggiungere dei «compromessi con l’imperialismo britannico a qualsiasi prezzo», potesse essere costretta a compiere dei passi «sulla via della lotta contro il dominio arbitrario della Gran Bretagna». In tal caso, «il proletariato appoggerà naturalmente un simile passo. Ma lo appoggerà con i suoi metodi: raduni di massa, parole d’ordine audaci, scioperi, manifestazioni ed azioni di lotta ancor più incisive», e non sotto la disciplina di un blocco politico collaborazionista di classe con la borghesia indiana – il che sarebbe equivalso ad «un rifiuto del programma agrario rivoluzionario, un rifiuto dell’armamento degli operai, un rifiuto della lotta per il potere, un rifiuto della rivoluzione»13. Così Trotsky riconobbe la necessità di sostenere «ogni azione rivoluzionaria e di opposizione all’imperialismo». Ma egli chiarì che «Questo appoggio implica una decisa diffidenza nei confronti delle organizzazioni borghesi e piccolo-borghesi nazionali. Non dobbiamo confondere con loro per un solo istante la nostra organizzazione, il nostro programma, la nostra bandiera»14.

La posizione di Trotsky rispetto all’Indocina dei primi anni trenta fu anch’essa piena di sfiducia nei confronti della borghesia nazionale. Nella sua critica ad un documento redatto a Parigi da un gruppo di oppositori di sinistra indocinesi egli fece appello ad «una lotta intransigente contro la borghesia nazionale». L’unica forma accettabile di collaborazione tra classi era «la collaborazione tra il proletariato ed i contadini poveri, nonché con gli strati inferiori della piccola borghesia urbana più oppressi e sfruttati. Questo tipo di collaborazione rivoluzionaria […] è tale da trasformare il proletariato nel vero dirigente della nazione». Trotsky operò anche una chiara distinzione tra il nazionalismo della borghesia autoctona, che è «un mezzo per subordinare ed ingannare le masse», ed il nazionalismo delle masse popolari indocinesi, che rappresenta un’espressione del loro «odio giusto e progressista per […] gli imperialisti stranieri». Pur lottando contro il primo, il proletariato «non ha il diritto di volgere le spalle a questo tipo di nazionalismo [delle masse popolari]. Al contrario, esso deve dimostrare nella pratica di essere il combattente più coerente e più dedito per la liberazione nazionale dell’Indocina»15.

Queste posizioni permanentiste di Trotsky vennero adottate dai firmatari indocinesi del documento cui Trotsky si riferiva, che di lì a poco avrebbero fondato il Ta Doi Lap – la prima organizzazione dell’Opposizione di Sinistra in Indocina. Nel 1936 uno di loro, Ho huu Tuong, scrisse per la rivista teorica in lingua francese dei quart’internazionalisti indocinesi un articolo che costituiva un’esposizione generale della politica trotskista nei confronti della borghesia nazionale. Egli criticò quei «teorici conservatori» che consideravano la borghesia nazionale come una classe «ancora rivoluzionaria». Al contrario, spiegò Ho huu Tuong, «la borghesia indigena non è una classe indipendente dalla borghesia internazionale. Ma c’è di più. Essa è un’agenzia dell’imperialismo» e si spinge fino al punto di tradire «ad ogni momento gli interessi specifici della sua stessa classe, perché la sua vita e la sua morte dipendono dalla volontà dell’imperialismo». L’imperialismo francese utilizzava la borghesia indocinese per meglio «sfruttare le masse operaie con metodi semifeudali». Perciò «la borghesia indigena è il peggior nemico del popolo», e la lotta proletaria deve essere indirizzata «prima di tutto» contro di essa. Ho huu Tuong non escludeva però la possibilità di stipulare degli «accordi pratici» con alcuni settori della borghesia nazionale, ammesso che tali accordi servissero allo scopo di «lottare meglio contro l’imperialismo nel suo insieme». In ogni caso, egli sottolineò la necessità di non dimenticare che «le persone con cui facciamo blocco sono nostri nemici»:

Occorre che questi accordi rimangano strettamente pratici. Nessun manifesto firmato in comune. Nessun programma comune. Nessun organismo comune. Che ciascuna classe mantenga tutta la sua libertà di critica anche nel fuoco della lotta. […]

Un accordo pratico non è una coabitazione pacifica del lupo con l’agnello. […] Un accordo pratico non è un tentativo di “matrimonio di convenienza” tra due classi fondamentalmente antagoniste. […]

Un accordo pratico non è che una nuova forma di lotta, assai ricca di contenuto, nella quale il proletariato entra in lizza contemporaneamente alla borghesia. E si tratta sempre di una lotta di classe. Esso non può avere altro significato.16

Gli oppositori di sinistra indocinesi erano dunque del tutto in linea con il riconoscimento trotskiano della necessità di rapportarsi politicamente ai movimenti borghesi nazionali nei Paesi arretrati. Anche Trotsky, infatti, non respingeva degli accordi «rigorosamente delimitati, con riferimento a questioni strettamente pratiche» con quei settori della borghesia autoctona che, ad un dato momento, potevano realmente lottare contro l’imperialismo. Secondo Trotsky, tali accordi non avevano una natura strategica, di lungo periodo, giacché egli non credeva per un solo istante «che la borghesia abbia la capacità e la volontà di condurre una reale lotta contro l’imperialismo e di non ostacolare gli operai e i contadini». In altre parole, come i suoi seguaci indocinesi, Trotsky non escludeva la possibilità che, a causa dello sviluppo concreto della lotta antimperialista nei Paesi coloniali e semicoloniali, delle forze di classe qualitativamente diverse potessero unirsi temporaneamente per lottare contro un nemico comune. Ma una precondizione cruciale per tale «accordo parziale, pratico, limitato a misure particolari» consisteva nel non permettere che le organizzazioni o le bandiere si mescolassero «né direttamente né indirettamente, né per un giorno né per un’ora»17.

Le stesse vedute furono avanzate da Trotsky rispetto all’America Latina. In questo caso, però, occorre dire che – a differenza dell’Asia orientale – la prospettiva permanentista non fu assente dai documenti ufficiali del Comintern rivoluzionario sull’America Latina. In un appello rivolto alla classe operaia del continente americano pubblicato nel gennaio del 1921 il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista aveva chiamato alla costruzione di partiti comunisti sudamericani che avrebbero dovuto conquistare un’influenza tra le masse contadine, dal momento che «l’unione rivoluzionaria della classe contadina povera e della classe operaia è indispensabile; soltanto la rivoluzione proletaria può affrancare i contadini spezzando il potere del capitale, soltanto la rivoluzione agraria può evitare alla rivoluzione proletaria il pericolo di essere schiacciata dalla controrivoluzione»18. Due anni dopo il IV Congresso del Comintern pubblicò un altro appello agli operai ed ai contadini latinoamericani che era completamente in contrasto con la politica tappista e collaborazionista di classe adottata rispetto alla questione orientale. Invece di chiamare alla creazione di un fronte unico antimperialista con la borghesia autoctona presuntamente rivoluzionaria, l’appello dichiarava che «all’offensiva borghese [occorre contrapporre] l’unità proletaria». Le masse lavoratrici latinoamericane venivano esortate a lottare contro la propria borghesia allo scopo di lottare anche «contro l’imperialismo yankee che incarna […] la reazione capitalista»19,

Così la politica del Comintern rivoluzionario per l’America Latina ruotava attorno alla prospettiva di costruire un’alleanza del proletariato urbano e rurale sia contro l’imperialismo USA che contro il capitalismo nazionale, cioè contro la borghesia nazionale, la quale non era interessata né a raggiungere l’indipendenza – che era stata formalmente acquisita nel XIX secolo per essere sostituita dalla dipendenza economica nei confronti del capitale finanziario straniero – né a realizzare una riforma agraria radicale in virtù del fatto che essa era strettamente legata ai (ed intrecciata con i) grandi proprietari fondiari. La realizzazione di tali compiti democratico-borghesi ricadeva sulle spalle del popolo lavoratore. Le vedute di Trotsky a proposito dei problemi della rivoluzione latinoamericana erano del tutto simili a quelle del Comintern rivoluzionario. Nella stesura finale delle sue tesi del 1934 sulla questione della guerra, ad esempio, egli manifestò una totale sfiducia nei confronti della «borghesia sudamericana ritardataria, agenzia assolutamente venale dell’imperialismo straniero»20. E nel corso di una discussione svoltasi nel novembre del 1938 Trotsky sostenne che la borghesia latinoamericana era «incapace di risolvere [i] compiti democratici» posti dalla lotta antimperialista. Egli sollevò anche la questione del mantenimento dell’indipendenza di classe del proletariato contro la borghesia autoctona, soprattutto per quanto riguardava la questione agraria, che avrebbe giocato un ruolo decisivo nel quadro di una vera lotta contro l’imperialismo21,

In quella stessa discussione Trotsky fece appello alla necessità di sostenere la borghesia nazionale «in ogni caso in cui essa lotti direttamente contro gli imperialisti stranieri o i loro agenti fascisti reazionari». Tale appoggio ai movimenti di massa antimperialisti diretti dalla borghesia autoctona non doveva però essere confuso con un sostegno politico alla borghesia stessa. L’appoggio e la partecipazione del proletariato alle lotte antimperialiste nei Paesi coloniali e semicoloniali doveva mirare a contrapporre il nazionalismo e le aspettative autenticamente democratico-rivoluzionari del popolo al nazionalismo reazionario della proditoria borghesia autoctona, cioè ad acutizzare la contraddizione esistente tra il carattere progressista del movimento e la natura reazionaria delle forze che lo dirigevano.

Trotsky non escludeva quindi la possibilità di appoggiare la borghesia nazionale nella misura in cui essa compiva dei passi sulla via di una lotta diretta contro l’imperialismo. Secondo lui, ciò poteva essere fatto o sotto forma di quegli accordi rigorosamente pratici e limitati richiesti dalla dinamica concreta della lotta antimperialista, oppure sotto forma di un blocco militare con le forze nazionaliste borghesi e/o piccolo-borghesi nel caso di uno scontro militare aperto con le truppe imperialiste. Entrambe le forme di cooperazione puntavano a conquistare la direzione del movimento di massa strappandola ai politicanti nazional-borghesi o, laddove questi ultimi erano al potere e si trovavano a fronteggiare un’aggressione imperialista, a preparare politicamente il loro rovesciamento smascherando agli occhi delle masse coloniali tutte le loro debolezze e le loro proditorie oscillazioni.

Nel caso di un’aggressione imperialista contro un Paese coloniale o semicoloniale, dunque, Trotsky sottolineò la necessità di sostenere la lotta progressista di quest’ultimo per l’indipendenza dal giogo straniero. Questo fu il caso, ad esempio, del conflitto italo-etiopico che esplose nell’ottobre del 1935. Di fronte alle crescenti minacce italiane contro l’Etiopia, Trotsky mise in evidenza il carattere antimperialista della lotta di quest’ultima e si dichiarò a favore della vittoria dell’Etiopia sull’Italia fascista ed imperialista22. «Se Mussolini trionfa,» egli sostenne, «ciò significherà il consolidamento del fascismo, il rafforzamento dell’imperialismo e lo scoraggiamento dei popoli coloniali in Africa ed altrove. La vittoria del Negus significherebbe invece un colpo poderoso non soltanto contro l’imperialismo italiano ma anche contro l’imperialismo nel suo insieme, e darebbe un forte impulso alle forze ribelli dei popoli oppressi»23. Lo stesso ragionamento venne applicato da Trotsky al caso ipotetico di un’aggressione militare britannica contro il Brasile “semifascista”:

da quale parte si schiererà la classe operaia? […] in questo caso io starei dalla parte del Brasile “fascista” contro l’Inghilterra “democratica”. Perché? Perché nel conflitto tra questi due Paesi non si porrà un problema di democrazia o di fascismo. Se l’Inghilterra vincesse, imporrebbe a Rio de Janeiro un altro dittatore fascista ed imprigionerebbe il Brasile con una duplice catena. Se, al contrario, vincesse il Brasile, ciò darebbe un poderoso impulso alla coscienza democratica e nazionale del Paese e porterebbe al rovesciamento della dittatura di Vargas. La sconfitta dell’Inghilterra sarebbe contemporaneamente un colpo per l’imperialismo britannico e stimolerebbe il movimento rivoluzionario del proletariato inglese.24

La politica del blocco militare contro l’aggressione imperialista venne avanzata da Trotsky in modo estremamente sistematico nel corso della guerra cino-giapponese. Tale politica, che egli applicò anche alla Spagna in quello stesso periodo, derivava direttamente dall’esperienza bolscevica della lotta contro il tentativo di colpo di stato di Kornilov teso al rovesciamento del governo provvisorio capeggiato da Kerensky nel settembre del 1917. Come lo stesso Trotsky avrebbe ricordato vent’anni dopo, «Pur partecipando in prima linea alla lotta contro Kornilov, i bolscevichi non assunsero la minima responsabilità per la politica di Kerensky. Al contrario, lo denunciarono come responsabile di quell’attacco reazionario e come incapace di schiacciarlo. In tal modo essi prepararono le premesse politiche della rivoluzione d’Ottobre»25.

Cosi, quando le truppe giapponesi invasero la Cina nel luglio del 1937, Trotsky dichiarò che, pur «partecipando attivamente alla guerra», i rivoluzionari cinesi «non possono e non debbono assumersi la minima responsabilità politica per il governo borghese» di Chiang Kai-shek. Al contrario, anche in tempo di guerra essi debbono mantenere la loro «opposizione irreconciliabile nei confronti della borghesia» e «saldare gli operai attorno all’avanguardia rivoluzionaria, unire i contadini attorno agli operai, e con ciò preparare […] la dittatura del proletariato»26. Egli non nutriva alcuna illusione «in Chiang Kai-shek, nel suo partito o in tutta la classe dominante cinese», ma riconosceva però la necessità per i rivoluzionari di prendere parte alla lotta emancipatrice e progressista della Cina attraverso la creazione di un “blocco militare” con la borghesia autoctona, come era accaduto al tempo della “Spedizione del Nord” di Chiang Kai-shek nel 1926. Entro il quadro di un tale blocco, tuttavia, «la classe operaia, pur rimanendo in prima fila nella lotta militare, [deve] preparare il rovesciamento politico della borghesia»27, visto che quest’ultima «ha più paura delle sue masse armate che dei conquistatori giapponesi. Se Chiang Kai-shek, il sinistro carnefice della rivoluzione cinese, è costretto dalle circostanze a fare la guerra, il suo programma si fonda come in passato sull’oppressione dei lavoratori e sui compromessi con gli imperialisti»28. Tale era l’atteggiamento di Trotsky rispetto ad un aspetto cruciale della rivoluzione nei Paesi coloniali e semicoloniali, cioè rispetto alla borghesia nazionale, una classe che

tollera tutte le forme di degradazione nazionale fintantoché può sperare di mantenere la propria esistenza privilegiata. Ma, nel momento in cui il capitale straniero incomincia ad assumere il dominio completo di tutta la ricchezza del Paese, la borghesia coloniale è costretta a ricordarsi dei suoi obblighi “nazionali”. Sotto la pressione delle masse, essa può persino vedersi trascinata in una guerra. Ma si tratterà di una guerra condotta contro una sola delle potenze imperialiste, quella meno disposta al negoziato, nella speranza di passare al servizio di una qualche altra e più magnanima potenza. […] Soltanto quella classe che non ha nulla da perdere se non le proprie catene può condurre fino in fondo la guerra contro l’imperialismo per l’emancipazione nazionale.29

Marzo 1990

Note

  • *⇧ In una lettera inviata il 10 dicembre 1930 al dirigente trotskista statunitense Max Shachtman, Trotsky asserisce infatti: «Personalmente mi opposi con risolutezza sin dall’inizio, cioé sin dal 1923, tanto all’ingresso del partito comunista nel Kuomintang quanto all’accettazione del Kuomintang nel “Kuomintern”». (“A Letter to Max Shachtman”, in Leon Trotsky on China, Monad Press, New York 1976, p. 490.) Tuttavia nella sua autobiografia lo stesso Trotsky fa risalire le origini di tale opposizione ad un periodo posteriore: «Fin dal 1925 avevo preteso che i comunisti uscissero dal Kuomintang». (La mia vita, Mondadori, Milano 1976, p. 485.) In realtà, nonostante queste affermazioni, non risulta che esista alcun documento anteriore alla primavera del 1927 in cui Trotsky sostiene la necessita dell’uscita del Partito Comunista Cinese dal Kuomintang. In un articolo scritto il 27 settembre 1926 egli sollevò «la questione di rivedere i rapporti fra il partito comunista e il Kuomintang» tenendo conto dei «diversi periodi attraversati dal movimento rivoluzionario». «La partecipazione del PCC al Kuomintang,» continuava Trotsky, «era perfettamente giusta nel periodo in cul esso era una società di propaganda che si andava solo preparando a una futura attività indipendente, ma che, al contempo, cercava di prendere parte alla lotta di liberazione nazionale in corso». Dopo i fatti del 20 marzo 1926 e l’avvio della “Spedizione del Nord” contro i signori della guerra, però, il compito politico immediato dei comunisti cinesi era quello di «lottare per la guida indipendente e diretta della classe operaia». Ma questa lotta veniva concepita entro il quadro di un «blocco politico con l’insieme del Kuomintang o con elementi particolari di esso, in tutta la repubblica o in singole province, a seconda delle circostanze». (“ll Partito Comunista Cinese e il Kuomintang”, in L.D.Trotsky-V.Vujovič-G.Zinoviev, Scritti e discorsi sulla rivoluzione in Cina 1927, Iskra, Milano 1977, pp. 37-39, 41 – Corsivo nell’originale.) Soltanto agli inizi di marzo del 1927 Trotsky ruppe definitivamente gli indugi dichiarando senza mezzi termini che: «Se vogliamo cercare di salvare il Partito Comunista Cinese da una finale degenerazione in menscevismo, non abbiamo il diritto di rinviare un giorno di più la richiesta che abbandoni il Kuomintang». (“Lettera a Radek”, in Ibidem, p. 50.) Del resto, va anche ricordato che in una lettera scritta il 1° novembre 1937 Trotsky ammise che «l’ingresso [nel Kuomintang] nel 1922 non era, in sé e per sé, un crimine, e forse neppure un errore, soprattutto nel sud [della Cina], se si ammette che il Kuomintang aveva a quell’epoca un gran numero di operai e che il giovane partito comunista era debole e composto pressoché interamente di intellettuali […]. In tal caso l’ingresso sarebbe stato un’iniziativa episodica verso l’indipendenza […]. La questione è: quale obiettivo ci si prefiggeva entrandovi e quale fu la politica successiva?». (Lettera a Harold R. Isaacs, in L.D.Trotsky, Oeuvres, vol. 15, Institut Léon Trotsky, Parigi 1983, p. 243.)
  1. ⇧ V.I.Lenin, “L’Europa arretrata e l’Asia avanzata” (10 [23] maggio 1913), in V.I.Lenin, Opere complete, vol. XIX, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 81-82. (Corsivo nell’originale.)
  2. ⇧ V.I.Lenin, “Democrazia e populismo in Cina” (pubblicato il 15 luglio 1912), in V.I.Lenin, Opere complete, vol. XVIII, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 154. (Corsivo nell’originale. )
  3. ⇧ V.I.Lenin, “La Cina rinnovata” (pubblicato l’8 novembre 1912), in Ibidem, p. 386. (Corsivo nell’originale.)
  4. ⇧ V.I.Lenin, “Rapporto della commissione sulle questioni nazionale e coloniale” (26 luglio 1920), in V.I.Lenin, Opere complete, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 230.
  5. ⇧
  6. ⇧ L.D.Trotsky, “Relazione sulla crisi economica mondiale e sui nuovi compiti dell’Internazionale Comunista” (23 giugno 1921), in L.D.Trotsky, Problemi della rivoluzione in Europa. I primi anni dell’Internazionale Comunista, Mondadori, Milano 1979, p. 177.
  7. ⇧ L.D.Trotsky, “Secondo discorso sulla questione cinese (Pronunciato all’VIII Plenum del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista)” (24 maggio 1927), in L.D.Trotsky, I problemi della rivoluzione cinese e altri scritti su questioni internazionali 1924-1940, Einaudi, Torino 1970, p. 175. (Corsivo nell’originale.)
  8. ⇧ Si veda L.D.Trotsky, “A Letter to Max Shachtman” (10 dicembre 1930), in Leon Trotsky on China, Monad Press, New York 1976, pp. 490-491.
  9. ⇧ Si veda L.D.Trotsky, “I rapporti di classe nella rivoluzione cinese” (3 aprile 1927), in L.D.Trotsky-V.Vujovitč-G.Zinoviev, Scritti e discorsi sulla rivoluzione in Cina 1927, Iskra, Milano 1977, p. 61.
  10. ⇧ L.D.Trotsky, Lettera a Preobrazhensky (non datata), in Leon Trotsky on China, cit., p. 283.
  11. ⇧ L.D.Trotsky, “Rivoluzione e guerra in Cina” (5 febbraio 1938), infra, p.18.
  12. ⇧ L.D.Trotsky, “The Revolution in India, Its Tasks and Dangers” (30 maggio 1930), in Writings of Leon Trotsky (1930), Pathfinder Press, New York 1975, pp. 242-252. (Corsivo nell’originale.)
  13. ⇧ L.D.Trotsky, “India Faced with Imperialist War” (25 luglio 1939), in Writings of Leon Trotsky (1939-40), Pathfinder Press, New York 1973, pp. 28-34. (Corsivo nell’originale.)
  14. ⇧ L.D.Trotsky, “Una lettera sull’India” (24 novembre 1939), in L.D.Trotsky, Guerra e rivoluzione, Mondadori, Milano 1973, p. 100.
  15. ⇧ L.D.Trotsky, “On the Declaration by the Indochinese Oppositionists” (18 settembre 1930), in Writings of Leon Trotsky (1930-31), Pathfinder Press, New York 1973, pp. 30-31. (Corsivo nell’originale.)
  16. ⇧ H.H.T. [Ho huu Tuong], “A tous” [seconda parte], in Le Militant (Saigon), a. I, n. 2, 8 settembre 1936, p. 7.
  17. ⇧ L.D.Trotsky, “Bilancio e prospettive della rivoluzione cinese” (giugno 1928), in L.D.Trotsky, La Terza Internazionale dopo Lenin, Schwartz, Torino 1957, p. 186.
  18. ⇧ Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista, “Sur la révolution en Amérique. Appel à la classe ouvriére des deux Amériques”, in L’Internationale Communiste, n. 15, gennaio 1921, p. 3323.
  19. ⇧ IV Congresso Mondiale dell’Internazionale Comunista, “Aux ouvriers et paysans de l’Amérique du Sud”, in La Correspondance Internationale, n. 2, 20 gennaio 1923, p. 27.
  20. ⇧ L.D.Trotsky, “La Quarta Internazionale e la guerra” (10 giugno 1934), Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso, Serie: “Dagli archivi del bolscevismo”, n. 4, novembre 1989, p. 10.
  21. ⇧ “Latin American Problems: A Transcript” (4 novembre 1938), in Writings of Leon Trotsky. Supplement (1934-40), Pathfinder Press, New York 1979, pp. 784-785.
  22. ⇧ Si veda L.D.Trotsky, “The Italo-Ethiopian Conflict” (pubblicato il 17 luglio 1935), in Writings of Leon Trotsky (1935-36), Pathfinder Press, New York 1977, p. 41.
  23. ⇧ L.D.Trotsky, “On Dictators and the Heights of Oslo. A Letter to an English Comrade” (22 aprile 1936), in Ibidem, pp. 317-318.
  24. ⇧ L.D.Trotsky, “Guerre nazionali e guerre imperialiste” (23 settembre 1938), in L.D.Trotsky, I problemi della rivoluzione cinese e altri scritti su questioni internazionali 1924-1940, cit., p. 590.
  25. ⇧ L.D.Trotsky, “Ultralefts in General and Incurable Ultralefts in Particular (A Few Theoretical Considerations)” (28 settembre 1937), in L.D.Trotsky, The Spanish Revolution (1931-39), Pathfinder Press, New York 1973, p. 296.
  26. ⇧ L.D.Trotsky, “Afterword” (3 settembre 1937), in Leon Trotsky on China, cit., p. 565.
  27. ⇧ L.D.Trotsky, “On the Sino-Japanese War” (23 settembre 1937), in Ibidem, pp. 568, 570. (Corsivo nell’originale.)
  28. ⇧ L.D.Trotsky, “La guerra imperialista e la rivoluzione proletaria mondiale” (maggio 1940), in L.D.Trotsky, Guerra e rivoluzione, cit., p. 175.
  29. ⇧ L.D.Trotsky, “Rivoluzione e guerra in Cina” (5 febbraio 1938), infra, p.18.