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Sulla catastrofe libanese

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In seguito alla violenta esplosione avvenuta martedì scorso a Beirut, che ha distrutto una parte della capitale libanese e ha provocato ad oggi un bilancio di 220 morti e migliaia di feriti, le strade della città si sono riempite di persone che hanno manifestato per giorni contro il governo scontrandosi con gli apparati repressivi. La forza della mobilitazione ha messo con le spalle al muro il governo provocando via via le dimissioni di alcuni suoi membri e, nelle ultime ore, anche quelle del premier Hassan Diab. Per approfondire la vicenda, a partire dalle questioni che ne stanno alla radice, pubblichiamo, col suo consenso e ringraziandolo, un contributo del compagno Sebastiano Isaia.

di Sebastiano Isaia*

Chi chiama in causa la “tragica fatalità”, l’incidente, l’incuria e la negligenza per spiegare la catastrofica esplosione che il 4 agosto ha devastato Beirut, non solo confessa un’assoluta ignoranza circa la realtà sociale, politica e geopolitica del Libano, ma si rende artefice di un cinismo che definire odioso sarebbe ancora troppo poco. Lo stesso primo ministro libanese, Hassan Diab, ha dovuto ammettere solo alcune ore dopo il micidiale evento, che l’esplosione era stata causata da «sostanze chimiche pericolose» (quasi 3.000 tonnellate di nitrato di ammonio, utilizzato per i fertilizzanti ma anche per costruire bombe) che erano state immagazzinate nel porto della capitale libanese negli ultimi sei anni, e che lì sono rimaste nonostante i numerosi (almeno sei!) avvertimenti degli ufficiali portuali sull’estremo pericolo rappresentato da quel materiale, conservato male e probabilmente manipolato anche da forze paramilitari interessate. «Vi prometto che questa catastrofe non passerà senza responsabilità. I responsabili pagheranno un caro prezzo», ha dichiarato il premier libanese alla televisione. Già, chi sono i veri responsabili della tragedia? Intanto i capri espiatori cui addossare la responsabilità della carneficina per placare una popolazione a dir poco esasperata sono già stati individuati e consegnati alla “giustizia”; paradossalmente, se di paradosso si può seriamente parlare alla luce della caotica situazione libanese, chi negli anni aveva dato l’allarme, oggi si ritrova a un passo da una dura condanna. Tuttavia non si escludono nei prossimi giorni sviluppi ancora “più eclatanti”, anche perché i fatti del 4 agosto possono accelerare una resa dei conti finale interna al regime libanese risalente nel tempo e dagli esiti davvero imprevedibili. Come giustamente ammonisce Albero Negri, «se la casa del tuo vicino brucia, prima o poi le fiamme arriveranno nella tua casa» (Il Manifesto).

«Una violenta protesta antigovernativa è scoppiata ieri notte a Beirut nella zona del Parlamento: lo scrive la Bbc online, che riporta scontri tra decine di dimostranti e forze dell’ordine. La polizia ha lanciato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti scesi in strada per denunciare il malgoverno in seguito all’esplosione di martedì che ha provocato almeno 137 morti e 5.000 feriti» (Ansa, 6 agosto). Anche il Presidente francese sta cercando di cavalcare il malessere sociale della popolazione libanese per rafforzare la presenza della Francia nel “Paese dei cedri” e cogliere di sorpresa la concorrenza imperialistica – Italia e Turchia, in primis. «Il Libano non è solo», ha dichiarato Emmanuel Macron: «Sono venuto a portare un messaggio di sostegno, di amicizia, di solidarietà». Com’è umano, signor Presidente! «La Francia, considerata una seconda patria da molti libanesi per i forti legami storici, coglie ora l’occasione per completare una complessa azione diplomatica iniziata in autunno, con l’esplosione delle proteste, e bloccata in una impasse» (Il Sole 24 Ore). Ah, ecco. Che ingenuo sono stato a concedere un minimo di credito umanitario a Macron! Il problema è che l’ingenuità ha contagiato anche la disperata popolazione libanese, che infatti ha accolto Macron come una specie di liberatore dei diseredati. Anche questo rientra nel concetto di catastrofe, che peraltro in questa peculiare accezione (impotenza delle classi subalterne) non riguarda solo il Libano, come ben sappiamo noi occidentali.

Dalla Libia al Libano è tutto un groviglio di molteplici e contrastanti interessi economici, energetici e geopolitici coltivati e difesi da potenze regionali e mondiali; inutile dire che l’Italia è, “nel suo piccolo”, parte molto attiva di questo scenario, come attesta d’altra parte la sua forte presenza economica in Libia e la sua significativa presenza militare in Libano. A proposito di Libia, è noto che da anni l’Italia finanzia e supporta in diversi modi il sistema concentrazionario di quel Paese avente il compito di arrestare il flusso degli immigrati che scappano dalla fame e da altri flagelli sociali, e che per questo sono disposti ad affrontare ogni sorta di pericolo. Si tratta di una «catastrofe umanitaria» che gran parte dell’opinione pubblica italiana finge di non vedere perché per molti la vita di quei disperati non vale niente – se non il misero salario che alcuni di loro ricevono come lavoratori “in nero”. Italia brave gente, come no!

Da decenni si parla del Libano nei termini di una polveriera, e purtroppo non si è mai trattato di una metafora. Circa 120mila libanesi sono morti, ad esempio, nel corso della lunga guerra civile (1975-1990) che ha visto soprattutto Israele, l’Iran e l’Iraq disputarsi il controllo del Paese anche attraverso i numerosi gruppi settari nazionali. Scriveva Lorenzo Trombetta prima della tragica esplosione di tre giorni fa: «Sullo sfondo del rapido impoverimento di una società senza prospettive gravano timori di guerre interne e regionali, allarmi di carestie, incremento di suicidi e criminalità. L’estate libanese potrebbe essere l’ultima di un sistema ormai al collasso. Cento anni dopo la sua nascita e trenta dopo la fine formale della guerra civile, stanno crollando una dopo l’altra le certezze che lo hanno tenuto in piedi. E che, per lunghi tratti della sua storia, lo hanno mostrato al mondo e ai libanesi stessi come luogo d’incontro e negoziazione. Dove fare affari e arricchirsi, ma anche nascondersi dalla legge, riciclare e riciclarsi, per poi riapparire puliti e vincenti. Come neve al sole si sta sciogliendo di fronte ai nostri occhi quel che rimaneva della patina di normalità che rendeva ancora il Libano un luogo accettabile, presentabile se visto dal buco della serratura. Il Libano è un giocattolo rotto e irreparabile» (Limes). Il 4 agosto il «giocattolo» è andato in mille pezzi, e nessuno oggi può dire come reagirà una popolazione già stremata dalla crisi economica e sempre più astiosa nei confronti dell’intera compagine politica del Paese, asserragliata nel bunker di una “partitocrazia settaria” (soprattutto in rappresentanza di cristiani, sciiti e sunniti) che risponde agli interessi delle varie e assai bellicose fazioni borghesi, nonché delle potenze regionali che, come già detto, da sempre si disputano il controllo del Libano1, una pedina assai importante dello scacchiere mediorientale2.

Scrive Alberto Negri: «Le sanzioni Usa all’Iran e alla Siria hanno affondato ancora di più le economie regionali come quella libanese. In tutto questo il maggiore alleato americano, Israele, si è annesso ufficialmente parti di questi Paesi, come il Golan siriano e Gerusalemme, sfoderando i piani di annessione della Cisgiordania palestinese. Un esempio imitato dal Sultano atlantico Erdogan a spese di curdi nel Nord della Siria e nella Tripolitania libica: un’annessione ne nasconde spesso un’altra. Ogni giorno Israele bombarda la Siria, il vicino del Libano, dove ha colpito Hezbollah e pasdaran iraniani: c’è da meravigliarsi se sulla linea del cessate il fuoco, dove è di stanza l’Unifil con 1500 soldati italiani, la tensione sia perenne?» (Il Manifesto). No di certo. Concludo, per adesso, la riflessione evocando un concetto che secondo me ha molto a che fare anche con ciò che è accaduto e accadrà in Libano (e non solo) in termini di carneficina e di miseria: Sistema Mondiale del Terrore – o società capitalistica mondiale che dir si voglia. Certo, anche il concetto di Imperialismo Unitario (ma non unico, tutt’altro!)3 va benissimo, concettualmente e politicamente: via l’esercito italiano dal Libano! Tanto per cominciare.

Note

  1. Il Libano è uno Stato artificiale, come tantissimi altri Stati in Asia e in Africa, disegnati sulla carta geografica in modo da corrispondere agli interessi e ai conflitti interni delle Potenze coloniali, e ciò con sovrano disprezzo per le reali condizioni storiche e sociali delle regioni sottoposte alla manipolazione geopolitica. Il nucleo originario dell’attuale Stato libanese è la zona cristiano-maronita del Monte del Libano, poco a nord di Beirut, ma tutta la zona per secoli ha fatto parte della Siria («Grande Siria»). Dopo la Prima guerra mondiale, le potenze coloniali europee hanno approfittato della decomposizione dell’Impero ottomano per insediarsi in tutta l’area mediorientale, contrastandone ogni fermento d’indipendenza nazionale. Nel 1920 la Francia ottiene il mandato sul Libano, e annette all’antico nucleo cristiano i circostanti territori musulmani. Contro i movimenti nazionalisti che sventolavano la bandiera della Nazione Araba, Parigi adottò la ben nota politica del divide et impera, intesa a mettere in reciproca contrapposizione le diverse etnie e i diversi gruppi sociali che abitavano il territorio controllato dalla Francia, la quale cercò di favorire i cristiani a scapito dei musulmani, realizzando le condizioni del “conflitto settario” che dura tuttora. Scrive Paolo Maltese: «Il potere francese, invece di giocare come gli inglesi la carta dell’unità araba appoggiandosi sulla borghesia urbana, badò, infatti, a garantire l’autonomia di ognuno degli elementi che facevano parte di questo impasto di arabi, turchi, curdi, drusi, armeni, alauiti, le cui divisioni erano ancor più precisate dalle differenze confessionali» (Nazionalismo arabo e nazionalismo ebraico, 1798-1992, p. 106, Mursia, 1992). L’indipendenza del Libano ottenuta nel 1945 non cambiò di molto la situazione del Paese, soprattutto per ciò che riguardava la sua collocazione geopolitica: esso fu costretto a orbitare nell’area d’influenza francese. Col tempo però la Francia dovrà lasciare campo libero agli Stati Uniti, pur mantenendo con il Libano robusti legami economici e politici. La guerra civile libanese iniziata nel 1957 aprì il lungo e sanguinoso ciclo delle “guerre per procura” che conobbe a metà degli anni Settanta un picco soprattutto a causa delle iniziative belliche di Siria e Israele, entrambi interessati a controllare direttamente almeno una parte del Libano.  «La guerra cristiano-palestinese del 1975-1976 porterà all’intervento iniziale siriano in difesa della falange e dei cristiani maroniti e al truce massacro del campo palestinese di Tal el Zaatar. […] Nel giugno 1982 l’esercito israeliano dava inizio all’operazione “Pace in Galilea”, penetrando in Libano per scacciare i palestinesi con la tacita tolleranza siriana, ma non con quella di Washington, come talvolta è stato affermato da chi, in ogni mossa d’Israele, ha voluto vedere la complicità americana. […] Gli israeliani arrivarono sino a Beirut – coi siriani fermi a nord – accolti a braccia aperte dai cristiani e salutati con benevola neutralità da buona parte della popolazione araba, ostile, a sua volta, ai palestinesi, alla cui responsabilità imputava buona parte del disastro. A settembre, dopo tre mesi di assedio, i guerriglieri e la dirigenza dell’OLP furono costretti a lasciare Beirut per rifugiarsi a Tripoli del Libano. In quello stesso periodo, gli israeliani si ritiravano nel sud del Libano, allontanandosi da Beirut all’indomani del massacro di Sabra e Chatila» (Ivi, p. 243).
  2. «Il Libano sta attraversando uno dei periodi più bui della sua storia. I conti pubblici, gravati dal secondo debito più alto al mondo, non hanno retto più. Le manifestazioni oceaniche dello scorso autunno hanno sì portato a un cambio di governo, ma anche il nuovo esecutivo non è riuscito a trovare una soluzione efficace. E così il 9 marzo, quando il coronavirus cominciava a farsi strada anche nel Paese dei Cedri, il nuovo governo non ha pagato un Eurobond da 1,2 miliardi di euro in scadenza, dichiarando peraltro l’impossibilità di pagare tutti gli altri a venire. Da allora è entrato ufficialmente in default. E pensare che questo piccolo Paese di neanche sette milioni di abitanti negli anni settanta era chiamato la Svizzera del Medio Oriente. E che fino a qualche anno fa veniva definito il regno delle Banche, un Paese dollarizzato, con una valuta locale forte ancorata da oltre 20 anni al biglietto verde. Ancora nel 2018 i depositi superavano di tre volte il Pil e gli istituti di credito macinavano profitti. In pochi anni è sprofondato nel club dei Paesi poveri. In settembre, dopo un anno di grave crisi, il 33% per cento della popolazione era precipitato sotto la soglia relativa di povertà. In marzo sotto la soglia relativa di povertà si trovava quasi metà della popolazione, il 45%, di cui il 22% in estrema povertà. Da allora, complice anche la pandemia di Covid19, le cose non hanno fatto altro che peggiorare. Tutti i servizi di base sono allo sfascio. Le principali vie e le piazze restano al buio per mancanza di energia elettrica. La parabola della società elettrica libanese, in rosso cronico, inghiottita dalla corruzione, ha fatto sì che i blackout martoriassero la capitale. Chi può si arrangia con i generatori privati, ammesso e non concesso che trovi il carburante per farli funzionare. Gli altri si devono adattare. […] Il Libano è vittima di un gioco più grande di lui, di una regione in fiamme, di cui è stato investito. Ma soprattutto è vittima di una corruzione dilagante e di un élite composta da grandi famiglie storiche che si spartisce su base confessionale il potere. » (R. Bongiorni, Il Sole 24 Ore).
  3. Questo concetto cerca di esprimere una realtà (l’imperialismo mondiale del XXI secolo) altamente complessa, composita e conflittuale. Esso non ha dunque nulla a che vedere con il Super Imperialismo di kautskiana memoria. Necessariamente conflittuale al suo interno, l’Imperialismo Unitario è radicato in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che domina l’intero pianeta, e si rapporto con le classi subalterne come un solo Moloch sociale. Il concetto di Sistema Mondiale del Terrore è stato da me “elaborato” anni fa con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo (per chi scrive terrorizzante e terroristica è la società mondiale presa nella sua disumana totalità): rimando al PDF intitolato La radicalizzazione del male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.

* tratto da https://sebastianoisaia.wordpress.com/2020/08/07/sulla-catastrofe-libanese/

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