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Marx. Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

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Alle origini della concezione materialistica della storia

L’opera che viene qui presentata, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, fu predisposta per la pubblicazione da Engels su richiesta del gruppo dirigente del Partito socialdemocratico tedesco nel 1895, pochi mesi prima della sua morte, e si compone di un’introduzione e quattro capitoli. I primi tre capitoli corrispondono a tre articoli pubblicati da Marx nel 1850 nella Nuova gazzetta renana – Rivista politico economica e riguardanti le vicende rivoluzionarie francesi del 1848-49; il quarto capitolo fu costituito da Engels con alcuni passi dedicati alla Francia della Rassegna maggio-ottobre 1850 della Rivista, passi che egli riteneva necessari per fornire una conclusione a un’analisi che altrimenti a suo avviso sarebbe risultata incompiuta.
Lo stesso Engels scrisse l’introduzione all’opera, fra il 14 febbraio e il 6 marzo 1895, che fu sin da subito oggetto di pressioni opportunistiche, sulla base di preoccupazioni legalitarie, da parte della direzione del Partito socialdemocratico tedesco. Il testo originale dell’introduzione di Engels è stato poi ripristinato a partire dal manoscritto e liberato dalle manipolazioni.

L’importanza di quest’opera

Nell’introduzione Engels chiarisce i motivi che fanno di quest’opera una lettura fondamentale per i militanti comunisti. In primo luogo, perché l’analisi di Marx degli eventi rivoluzionari della Francia del Quarantotto costituisce la migliore in materia, raggiungendo un livello di perfezione mai più raggiunto sino a oggi. Inoltre, perché l’opera costituisce un magistrale esempio di applicazione del materialismo storico, ovverosia di un metodo d’indagine che partendo dalla superficie degli eventi politici risale alle cause economiche che ne stanno alla radice. Attraverso uno studio scientifico dell’economia Marx ebbe infatti la conferma che “la crisi commerciale mondiale del 1847 era stata la vera madre delle rivoluzioni di febbraio e marzo” del ’48, cioè di quell’ondata rivoluzionaria che si diffuse in gran parte d’Europa raggiungendo un’intensità e un’estensione mai viste prima, e che “la prosperità industriale ristabilitasi a poco a poco dalla metà del 1848 e giunta al suo apogeo nel 1849 e nel 1850, fu la forza che dette vita e nuovo vigore alla reazione europea”.
Infine, aggiunge Engels, questi scritti di Marx sono importanti perché pongono dei capisaldi sui quali successivamente si svilupperà la teoria marxista. In essi viene infatti fornita la chiave di lettura per comprendere la natura e le funzioni dello Stato borghese, dei suoi governi, della “democrazia”, delle elezioni, della “legalità” e, conseguentemente, per capire quale deve essere l’obiettivo dei rivoluzionari, cioè “l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata, e quindi l’abolizione del lavoro salariato, del capitale e dei loro rapporti reciproci”1.

Dalla Monarchia di Luglio alla Repubblica del febbraio 1848

La Francia di Luigi Filippo d’Orleans2 era governata da una frazione della borghesia, quella finanziaria, riconducibile alle banche e alla Borsa. La borghesia industriale invece stava ufficialmente all’opposizione, costituendo una minoranza nelle Camere. La borghesia finanziaria nutriva il proprio potere e alimentava i propri profitti grazie al disavanzo dello Stato, che ogni quattro o cinque anni le offriva una nuova occasione per imporre prestiti. Insomma, la Monarchia di Luglio – come del resto ogni altro governo borghese di qualsiasi tempo e luogo – era un comitato d’affari di una minoranza, al cui vertice stava Luigi Filippo, mentre “le frazioni della borghesia francese che non erano al potere gridavano alla corruzione” (così come accade tutt’oggi ovunque).
Una pesante crisi economica colpiva la Francia in quel periodo, conseguenza della carestia del 1847 dovuta ai cattivi raccolti. In diverse città si registrarono rivolte per l’accaparramento dei generi di prima necessità, represse nel sangue dalle autorità. La crisi riguardava anche il settore del commercio e dell’industria e aveva una dimensione internazionale. Fu proprio l’opposizione borghese a fare appello in tutta la Francia all’agitazione. La mobilitazione di massa portò alle barricate nelle strade e la Guardia nazionale mantenne un atteggiamento di neutralità, se non di supporto agli insorti, finché l’insurrezione del febbraio 1848 non costrinse Luigi Filippo alla capitolazione portando alla costituzione di un governo provvisorio e alla proclamazione della repubblica. Il governo provvisorio rispecchiava l’eterogeneità sociale dei vincitori di febbraio, provando a ricomporla in un compromesso tuttavia impossibile dati gli interessi opposti. La sua grande maggioranza era composta da elementi della borghesia mentre la classe operaia aveva due rappresentanti: Louis Blanc e Albert.
Come sottolinea Marx, tuttavia, che costantemente cerca di ricavare degli insegnamenti politici dalle vicende storiche, i proletari fecero il grande errore di accontentarsi di avere ottenuto la repubblica, che era solo “il terreno della lotta per la propria emancipazione rivoluzionaria, ma non era certamente questa emancipazione”. Il potere restava infatti nelle mani della borghesia, allargandosi ad altre fazioni di essa che sinora erano rimaste relegate alla marginalità: “come nelle giornate di luglio gli operai avevano conquistato la monarchia borghese, così nelle giornate di febbraio conquistarono la repubblica borghese”.

Il primo governo di collaborazione di classe della storia

Il governo provvisorio si riempì la bocca di promesse verso il proletariato ma, poiché queste promesse furono disattese, si sviluppò una massiccia mobilitazione da parte degli operai che chiedevano l’istituzione di un ministero del Lavoro. Sotto la pressione operaia, il governo provvisorio, pur riluttante, decise d’istituire una commissione permanente per il lavoro, composta dai delegati delle corporazioni di mestiere parigine e presieduta da Louis Blanc e Albert, che fu fissata fisicamente nel palazzo del Lussemburgo, quindi staccata dalla sede del governo provvisorio che si riuniva all’Hotel de Ville. In pratica, la borghesia lasciava i leader socialisti riformisti a giocare al Palazzo del Lussemburgo con le loro illusioni di riuscire a “influenzare” un governo borghese e di “conciliare” gli interessi contrapposti delle classi sociali nemiche. Il ministero del Lavoro borghese, infatti, non può che essere il ministero che gestisce l’organizzazione del lavoro salariato, cioè dello sfruttamento del lavoro operaio da parte dei padroni: nel quadro del sistema capitalista “un ministero proletario del lavoro non poteva essere che un ministero dell’impotenza, un ministero dei pii desideri”.
Quello con Louis Albert e Blanc fu il primo governo di collaborazione di classe della storia, cioè il primo governo borghese con la partecipazione di rappresentanti del proletariato. Si trattò di un disastro, in quanto la presenza al governo di rappresentanti del proletariato illuse e paralizzò le masse operaie mandandole incontro alla sconfitta e al massacro. Da allora, sino a oggi, infinite volte i riformisti – rimuovendo il principio basilare dell’indipendenza di classe dalla borghesia, dai suoi partiti e dai suoi governi – hanno alimentato nelle masse proletarie la medesima illusione – di potersi emancipare andando a braccetto con settori borghesi più o meno “illuminati” – producendo una lunghissima serie di sconfitte. Di più, ci si illudeva – allora come oggi – di potere raggiungere l’emancipazione a livello locale: ma, come sperava il proletariato francese di emanciparsi “senza una guerra rivoluzionaria sul continente europeo”?3.

Il “nuovo costume da ballo per la vecchia società borghese”

Il governo provvisorio cercò di assecondare le illusioni del proletariato eliminando nell’immediato alcune restrizioni alla libertà delle persone che avevano caratterizzato il regime precedente, ma l’esercito, i tribunali, le amministrazioni restarono per lo più “nelle mani dei loro vecchi funzionari” né i personaggi compromessi con il vecchio regime furono chiamati a rendere conto. La repubblica istituita nel ’48 fu dunque soltanto un “nuovo costume da ballo per la vecchia società borghese”. Per rassicurare la grande borghesia europea, questa “seconda repubblica francese” prese le distanze dai “sanguinosi orrori della Prima repubblica” (quella sorta nel settembre 1792 nel corso della rivoluzione francese) e i suoi gruppi dirigenti si affrettarono a dichiarare che questa nuova repubblica “era di natura pacifica”. Per rasserenare i creditori internazionali, ovviamente, il governo provvisorio si impegnò – sulla pelle del proletariato – ad adempiere agli obblighi ereditati dal regime monarchico orleanista, presentandolo come un punto d’onore della moralità (borghese). La gradita sorpresa riservata dal governo ai grandi strozzini dovettero pagarla gli operai e le fasce popolari più povere. La rivoluzione di febbraio finì dunque per legittimare il potere delle banche, mentre con solenni discorsi si invitavano le masse popolari a sacrificarsi in nome della “patria” (cioè degli interessi del padronato) e si accentuava su di esse la pressione fiscale.
L’emancipazione del proletariato era il più grande pericolo per la borghesia al potere, perché tale emancipazione passa attraverso l’abbattimento dei rapporti economici di classe esistenti. “Si doveva dunque farla finita con gli operai”4. Tuttavia, dato che la borghesia non si sentiva abbastanza forte per scontrarsi col proletariato, lavorò alla divisione della classe proletaria e fece leva sul sottoproletariato: furono formati infatti dei battaglioni di guardie mobili, che andarono ad affiancare la guardia nazionale (quella che sino ad allora era l’unica forza armata, costituita da borghesi), composte per la maggior parte da sottoproletari, per lo più giovani, inclusi banditi e delinquenti di ogni sorta.

Il vero volto della borghesia

L’Assemblea nazionale costituente, eletta a suffragio universale maschile in aprile, e insediatasi il 4 maggio, tolse immediatamente la maschera rompendo con le illusioni sociali. Fu accantonata persino la farsa del ministero proletario del “lavoro”. Il proletariato, che aveva fatto la rivoluzione di febbraio a fianco della borghesia, si trovò ai margini, e quest’ultima ebbe il pretesto per la resa dei conti quando il 15 maggio i proletari penetrarono nell’Assemblea nazionale in segno di protesta. I capi proletari furono arrestati e da lì seguirono una serie di misure reazionarie sul piano delle libertà e dei diritti salariali. I proletari, disperati, decisero di andare allo scontro frontale. Con l’insurrezione del 22 giugno infatti “venne combattuta la prima grande battaglia tra le due classi in cui è divisa la società moderna. Fu una lotta per la conservazione o la distruzione dell’ordine borghese. Il velo che avvolgeva la repubblica fu lacerato”.
I proletari, senza capi e in condizione di netta inferiorità sul piano organizzativo e degli armamenti, si batterono eroicamente per alcuni giorni, finché furono sconfitti e subirono la violenta repressione borghese che si spinse fino al massacro di tremila prigionieri. L’illusione della fratellanza fra le classi opposte, proclamata a febbraio, era travolta da un fiume di sangue. “La rivoluzione di febbraio era stata la bella rivoluzione, la rivoluzione della simpatia generale, perché gli antagonismi che erano scoppiati in essa contro la monarchia, sonnecchiavano tranquilli l’uno accanto all’altro, non ancora sviluppati […] La rivoluzione di giugno è la rivoluzione brutta, la rivoluzione ripugnante, perché al posto della frase è subentrata la cosa, perché la repubblica stessa ha svelato la testa del mostro”. Il proletariato, battutosi eroicamente, non era all’altezza del compito. Tuttavia aveva compreso che “il più insignificante miglioramento della sua situazione è un’utopia dentro la repubblica borghese” e iniziò ad adottare nuove parole d’ordine. “Abbattimento della borghesia! Dittatura della classe operaia!”5.
Il dominio della borghesia si era trasformato in terrorismo della borghesia. La borghesia francese per preservare lo status quo si alleò con la monarchia feudale e con i regimi autoritari degli altri Paesi europei favorendo la sconfitta degli altri tentativi rivoluzionari in Europa. Del resto, scrive Marx, tutto ciò insegnò al proletariato che “né l’ungherese, né il polacco, né l’italiano possono essere liberi fino a che rimane schiavo l’operaio!” e che, per potere vincere le future rivoluzioni, il proletariato dovrà svilupparle su scala internazionale svincolandosi dalla borghesia nazionale del suo Paese di riferimento e unendo la sua lotta con quella dei proletari di altre nazionalità. “Solo immergendosi nel sangue degli insorti di giugno il tricolore è diventato la bandiera della rivoluzione europea: la bandiera rossa!”6.

La borghesia repubblicana al potere

Nell’assemblea nazionale costituente i monarchici (nel complesso, fra orleanisti e legittimisti) erano una minoranza. Il potere era in mano alla borghesia repubblicana, raccolta intorno al giornale parigino Le National. La cricca del National si impadronì di tutte le cariche dello Stato, dei ministeri, dei gradi più alti dell’esercito. I borghesi repubblicani istituirono una commissione d’inchiesta sugli avvenimenti di giugno e misero in atto una forte repressione verso gli insorti, con innumerevoli condanne a morte o alla deportazione. Il potere esecutivo fu affidato a Cavaignac e nel team ministeriale trovarono spazio anche due ex ministri di Luigi Filippo d’Orleans. Al presidente dell’assemblea Marrast furono attribuiti poteri straordinari e furono varate misure reazionarie anti-proletarie, ad esempio il ripristino dell’arresto per debiti, la limitazione del diritto di associazione, l’abolizione dell’imposta progressiva, l’inamovibilità dei giudici.
Anche larghi settori della piccola borghesia, che a giugno avevano partecipato alla reazione contro il proletariato, furono duramente colpiti da queste misure. Avevano lottato contro il proletariato in difesa della sacra proprietà, ma la proprietà se la vedevano mangiata dai pesci più grandi. Cosicché i piccolo borghesi “riconobbero con terrore che schiacciando i proletari si erano consegnati senza resistenza nelle mani dei loro creditori”. La loro proprietà era stata salvaguardata dal capitale fintantoché c’era da schiacciare il proletariato: una volta regolati i conti con quest’ultimo “si poteva tornare a regolare anche il piccolo affare col droghiere”.7
La Costituzione repubblicana elaborata dall’Assemblea nazionale ratificava gli interessi della borghesia contro il proletariato. Il “diritto al lavoro”, presente nel progetto costituzionale iniziale, fu alla fine trasformato nel “diritto alla pubblica assistenza”. Una volta sconfitto il proletariato, infatti, si poteva mettere da parte anche quella finzione rappresentata dal cosiddetto “diritto al lavoro”, un controsenso nella società borghese. La Costituente ad agosto decise di non sciogliersi sino a che non avesse varato una serie di leggi organiche, a completamento della Costituzione.

Le elezioni presidenziali del dicembre 1848

Alle elezioni presidenziali del 10 dicembre 1848, Cavaignac, il candidato della borghesia repubblicana, nonostante fosse convinto di vincere, venne sonoramente sconfitto da Carlo Luigi Napoleone Bonaparte (nipote del più celebre Napoleone) che ottenne il 74,33% dei consensi. Il suffragio universale (maschile), stabilito nella Costituzione, si rivelò letale per i borghesi repubblicani: quel voto, dice Marx, rappresentò l’insurrezione dei contadini, i quali espressero un consenso in massa per Bonaparte, da loro acclamato come “imperatore”, vedendo in lui uno strumento per abbattere la “repubblica dei ricchi”. Tuttavia, Bonaparte trovò consensi di massa anche fra i piccolo borghesi, i militari e i proletari, nonostante la parte più progressiva della piccola borghesia e del proletariato avessero presentato e sostenuto dei propri candidati; rispettivamente, Ledru-Rollin per la Montagna, cioè la rappresentanza parlamentare della piccola borghesia democratica, e Raspail per i proletari.
Marx specifica che il Napoleone vincitore delle elezioni e la cosiddetta “Montagna” erano solo caricature “delle grandi realtà di cui portavano il nome”. Il 20 dicembre Carlo Luigi Napoleone Bonaparte venne proclamato presidente della Repubblica. Odilon Barrot, già ministro di Luigi Filippo d’Orleans, e poi presidente della commissione d’inchiesta sui fatti del giugno ’48 insediata dall’Assemblea nazionale costituente, divenne il primo ministro di Napoleone.
Il partito del National si vide sottrarre tutti i posti chiave in cui si era insediato. La borghesia repubblicana continuava ad avere il controllo dell’Assemblea costituente ma il potere esecutivo le era sfuggito di mano ed era passato, tramite Bonaparte, ai monarchici. Perciò i borghesi repubblicani avevano l’interesse a rovesciare Bonaparte. Quest’ultimo parve dar loro una mano quando, dopo avere vinto le elezioni, optò per il mantenimento dell’imposta sul sale, nonostante alla vigilia delle elezioni avesse promesso la riduzione delle tasse, alienandosi così le simpatie dei contadini. L’Assemblea provò a usare questa contraddizione per fare dimettere Bonaparte: ma tale atteggiamento non fece altro che “spingere a maturazione la risoluzione di Bonaparte e del suo ministero di «farla finita» con l’Assemblea costituente”8.

Bonaparte presidente della repubblica

Come detto in precedenza, con l’elezione a presidente della Repubblica di Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, avvenuta nel dicembre del ’48, la borghesia repubblicana, pur continuando ad avere il controllo dell’Assemblea costituente, perdeva il potere esecutivo che passava, tramite Bonaparte, all’area monarchica (nelle sue diverse componenti): iniziò una fase di duro scontro fra le due fazioni, quella repubblicana e quella monarchica.
Barrot attaccò pesantemente l’Assemblea costituente. Quest’ultima non poteva sfiduciare l’esecutivo e allora la maggioranza repubblicana dell’Assemblea pensò di puntare all’insurrezione attraverso le forze armate, in particolare la guardia mobile, da essa controllata, e alcuni settori della guardia nazionale. Ma Bonaparte agì d’anticipo e decise di sciogliere la guardia mobile, a eccezione di alcuni reparti di cui assunse il controllo. Il ministro Faucher arrivò a proporre la chiusura dei club politici, cioè i centri di elaborazione e attività politica del proletariato, per ridurre il rischio di un’alleanza di quest’ultimo con la borghesia repubblicana, attirandosi l’accusa di avere violato la Costituzione.
Se la Costituente non poteva sfiduciare l’esecutivo è pur vero che nemmeno il presidente Bonaparte poteva sciogliere la Costituente, madre della Costituzione che ne aveva permesso l’elezione. Il presidente puntava dunque al colpo di Stato, così come la Costituente puntava all’insurrezione. Una sommossa avrebbe fornito il pretesto e avrebbe dunque consentito “di sciogliere la Costituente e di violare la Costituzione nell’interesse della Costituzione stessa”. Dunque i monarchici cercarono di provocare la sommossa, ma senza successo.
In politica estera, Bonaparte sostenne – fornendo un contingente militare – il soffocamento della repubblica romana da parte del Papa, degli austriaci e del Regno di Napoli. La repubblica romana era un attentato alla proprietà, come lo fu l’insurrezione del giugno 1848 in Francia, e dunque andava stroncata! “Il restaurato dominio borghese in Francia esigeva la restaurazione del dominio papale in Roma. Infine, nei rivoluzionari romani si colpivano gli alleati dei rivoluzionari francesi”9. La repubblica francese dimostrava così la sua stretta alleanza con la controrivoluzione europea.

Le elezioni dell’assemblea legislativa del 1849

Prima di uscire di scena, l’Assemblea costituente respinse la proposta di amnistia degli insorti di giugno. A marzo (1849) cominciò l’agitazione per le elezioni dell’Assemblea nazionale legislativa che si sarebbero svolte a maggio. Orleanisti e legittimisti confluirono nel partito dell’ordine per fronteggiare congiuntamente il proletariato e le classi intermedie. Come suggerito dal suo stesso nome, nel programma di questo partito si faceva riferimento ai sacri valori della proprietà, della famiglia, della religione, cioè ai valori congeniali al dominio della classe borghese. Il partito dell’ordine disponeva di enormi risorse finanziarie e aveva un largo seguito clientelare fra la piccola borghesia e i contadini. In competizione col partito dell’ordine alle elezioni correvano il partito del National (borghesia repubblicana) e il partito democratico-socialista, o partito rosso, nato dalla convergenza fra la Montagna piccolo-borghese e i socialisti, una formazione politica che intercettava anche i settori contadini che si erano allontanati da Bonaparte dopo le delusioni subite.
Il partito dell’ordine trionfò alle elezioni ottenendo una grande maggioranza all’Assemblea legislativa, ma il partito democratico-socialista fece registrare notevole consenso, a partire da uno dei suoi leader, Ledru-Rollin, capo della Montagna. Il partito del National fu il grande sconfitto alle elezioni di maggio, riuscendo a portare solo una piccola minoranza nella Camera legislativa. L’assemblea legislativa era quindi in mano alle “due grandi frazioni monarchiche componenti la borghesia francese, dei legittimisti e degli orleanisti coalizzati, del partito dell’ordine”.
Il 28 maggio si riunì l’Assemblea legislativa e subito (11 giugno) la Montagna formulò un atto di accusa contro il presidente per violazione della Costituzione in relazione ai bombardamenti su Roma. L’atto di accusa il 12 giugno venne respinto, così i socialisti-democratici mobilitarono la piazza… ma solo per una processione! Il giugno del 1849 “fu una caricatura altrettanto ridicola quanto indecente del giugno 1848”10. La Montagna piccolo-borghese si limitò a invocare il rispetto della Costituzione senza portare oltre il livello dello scontro. Pur disponendo di un largo seguito ed esercitando un’influenza anche nell’esercito, si diceva decisa a strappare il rispetto della Costituzione con tutti i mezzi tranne che con l’uso delle armi. La sua parola d’ordine era “viva la Costituzione”, ma tale parole d’ordine, come nota Marx, significava “Abbasso la rivoluzione!”. E infatti il 13 giugno ci fu una manifestazione pacifica con decine di migliaia di persone che avanzavano al grido di “Viva la Costituzione!”. Nonostante l’assetto pacifico, il corteo a un certo punto fu disperso in maniera brutale dalle forze repressive. “Se il 23 giugno 1848 era stato l’insurrezione de proletariato rivoluzionario, il 13 giugno 1849 fu l’insurrezione dei piccolo-borghesi democratici”11.

I contrasti interni al partito dell’ordine

Il partito dell’ordine accentuò il proprio dispotismo parlamentare varando un regolamento interno che riduceva lo spazio di agibilità politica della minoranza piccolo-borghese e nel frattempo vennero sciolte l’artiglieria di Parigi e quelle legioni della guardia nazionale che erano sospettate di remare contro la cricca al potere. Si accentuò la repressione nei confronti dei dissidenti politici e in estate furono varate nuove leggi sulla stampa, sull’associazione e sullo stato d’assedio in senso restrittivo. I monarchici al potere mettevano sempre più ai margini la Costituzione e la stessa repubblica: del resto, la controrivoluzione aveva già vinto in Ungheria, Italia, Germania, ed era alle porte della Francia. La messinscena stava per concludersi.
Dalla tribuna dell’Assemblea nazionale, ogni giorno, i deputati della maggioranza proclamavano pubblicamente di non riconoscere la repubblica e la Costituzione, e facevano mea culpa per avere peccato in passato contro la monarchia! In considerazione della chiusura dei club politici, nascevano e si diffondevano le società segrete nelle quali i proletari e i nemici del regime provavano a continuare l’attività politica clandestinamente.
Nel frattempo, tuttavia, crescevano anche le ostilità di orleanisti e legittimisti contro la fazione bonapartista, e cresceva il dissapore di Bonaparte verso l’Assemblea e i suoi stessi ministri, mentre all’interno del governo si accentuavano i contrasti. Era in atto insomma un braccio di ferro fra le varie fazioni del partito dell’ordine, cioè orleanisti, legittimisti, bonapartisti, per la spartizione del potere e dei profitti. A un certo punto, Bonaparte decise per un rimpasto, chiamando al timone Alphonse Henri d’Hautpoul. Al ministero delle finanze andò a sedere Fould, un lupo della Borsa, con la cui nomina di fatto l’aristocrazia finanziaria, che costituiva una parte preponderante all’interno della coalizione monarchica, sanciva la propria restaurazione. La repubblica finì dunque col consolidare l’aristocrazia finanziaria al potere. “Qual è la causa del fatto che il patrimonio dello Stato cade nelle mani dell’alta finanza? È l’indebitamento continuamente crescente dello Stato […] e dall’indebitamento dello Stato deriva necessariamente il dominio del commercio del debito dello Stato, il dominio dei creditori dello Stato, dei banchieri, dei cambiavalute, dei lupi della Borsa”.
Fu reintrodotta l’imposta sul vino, perché l’imposta, come disse il capo dei gesuiti Montalembert, è “il seno materno a cui il governo si disseta […] il quinto Dio, accanto alla proprietà, alla famiglia, all’ordine e alla religione”. Ma “quando evoca il diavolo il contadino lo rappresenta coi tratti dell’esattore delle imposte. Dall’istante in cui Montalembert ebbe elevato a Dio l’imposta, il contadino divenne senza Dio, ateo, e si gettò nelle braccia del diavolo, del socialismo”. Il nemico del contadino è il medesimo nemico del proletario, cioè il capitale: “solo la caduta del capitale può far rialzare il contadino; solo un governo anticapitalista, proletario, può spezzare la sua miseria economica, il suo degrado sociale”. Le rivoluzioni, infatti “sono le locomotive della storia”12. Settori crescenti dei contadini e della piccola borghesia, schiacciati dalla repubblica dell’alta borghesia, si avvicinavano al proletariato. E mentre il socialismo dottrinario piccolo borghese continuava a fantasticare la possibilità di conciliare le classi sociali inevitabilmente nemiche, i settori più avanzati del proletariato si raggruppavano attorno al socialismo rivoluzionario, finalizzato alla dittatura del proletariato quale fase di transizione necessaria verso l’abolizione della proprietà privata e delle differenze di classe.

Le elezioni del 10 marzo 1850 e la soppressione del suffragio universale

Il governo a un certo punto cercò di provocare una sommossa per poter proclamare lo stato d’assedio e prendere il controllo delle imminenti elezioni. Ma il proletariato non cadde nelle provocazioni. Alle elezioni del 10 marzo 1850 la piccola borghesia e i borghesi repubblicani si coalizzarono col proletariato contro la borghesia monarchica e il governo. Questa coalizione ottenne la vittoria, sconfiggendo Bonaparte e il fronte monarchico. La vittoria cancellò l’elezione del 13 maggio 1849 che aveva dato la maggioranza in Assemblea al partito dell’ordine. Per quest’ultimo, le elezioni del 10 marzo furono una dichiarazione di guerra contro di loro da parte del popolo. Per questo motivo, quelle elezioni segnarono l’inizio della dissoluzione della repubblica costituzionale. Le diverse fazioni del partito dell’ordine si riunirono nuovamente, superando i contrasti, stringendosi proprio attorno alla figura di Bonaparte nel quale vedevano l’uomo dell’ordine. Sbarazzarsi dei socialisti, questo era ormai l’obiettivo della coalizione monarchica: “elevate le barricate dell’ordine, le barricate della religione, le barricate della famiglia! È ora di farla finita con i 127 mila elettori di Parigi! Notte di San Bartolomeo dei socialisti!” […] “La soppressione del suffragio universale è l’ultima parola del partito dell’ordine, della dittatura borghese”.
Quel suffragio universale che prima era servito, adesso non aveva più motivo di essere: “Il dominio borghese come emanazione e risultato del suffragio universale, come espressione della volontà popolare sovrana, questo è il significato della Costituzione borghese. Ma dal momento in cui il contenuto di questo diritto di voto, di questo volere sovrano, non è più il dominio borghese, ha la Costituzione ancora un significato? Non è forse dovere della borghesia di regolare il diritto di voto in modo che esso abbia a volere ciò che è ragionevole, cioè il suo dominio? […] La borghesia, respingendo il suffragio universale, del quale si era fino ad allora drappeggiata, dal quale aveva ricavato la propria onnipotenza, confessa apertamente: «La nostra dittatura è fino a oggi esistita in forza della volontà popolare; ora essa deve venire consolidata contro la volontà popolare»”13. E allo stesso tempo, la borghesia fece appello alla controrivoluzione internazionale per chiedere aiuto di fronte al rischio rivoluzionario.

Dalla II Repubblica al II Impero

La risposta a tutto questo da parte della Montagna e dei rappresentanti del proletariato fu assolutamente inconsistente: ci si limitò a urla di sdegno morale, rimanendo dogmaticamente ancorati alla “legalità”. Da lì a poco, con la restaurazione dell’Impero da parte di Carlo Luigi Napoleone Bonaparte (dicembre 1852), verrà meno anche formalmente la farsa della repubblica borghese.
La causa del fallimento dell’ondata rivoluzionaria del ’48, chiusa definitivamente in Francia col colpo di Stato del 2 dicembre 1851 di Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, passato poi alla storia come Napoleone III, è da ricercare materialisticamente nella rivoluzione economica di metà secolo, che dimostrò la capacità di espansione del capitalismo e dunque l’immaturità dei tempi per l’eliminazione della produzione capitalistica, ma anche nell’assenza di una direzione rivoluzionaria del proletariato. Una mancanza che più volte nella storia ha condotto in un vicolo cieco le lotte delle classi subalterne. Riuscire a colmare questa assenza, costruire il partito rivoluzionario e internazionale, è assolutamente indispensabile per i proletari e gli oppressi per poter vincere le rivoluzioni future e abbattere il capitalismo.

Note

  1. ⇧K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Edizioni Lotta comunista, introduzione del 1895 di F. Engels, pp. 29-30.
  2. ⇧Luigi Filippo d’Orleans salì al potere dopo la Rivoluzione del luglio 1830, con la quale venne rovesciato l’ultimo monarca della famiglia dei Borbone, Carlo X. Il suo regno, passato alla storia come “Monarchia di Luglio”, avrà fine con la Rivoluzione del febbraio 1848 che porterà all’instaurazione della Seconda Repubblica (così detta per distinguerla dalla Prima Repubblica francese, il regime politico presente in Francia fra il settembre del 1792 e il maggio 1804, al quale successe il Primo Impero francese, instaurato da Napoleone Bonaparte, e poi, dal 1814, la restaurazione borbonica con Luigi XVIII).
  3. ⇧K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, op. cit., I, pp. 58-65.
  4. ⇧Ivi, I, pp. 67-73.
  5. ⇧Ivi, I, pp. 79-81.
  6. ⇧Ivi, I, pp. 82-83.
  7. ⇧K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, op. cit., II, p. 90.
  8. ⇧Ivi, II, pp. 99-103
  9. ⇧Ivi, II, pp. 109-113
  10. ⇧Ivi, II, p. 122.
  11. ⇧K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, op. cit., III, pp. 123-129.
  12. ⇧Ivi, III, pp. 141-150.
  13. ⇧Ivi, III, p. 161.

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