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Sulla crisi bielorussa

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Pubblichiamo, col suo consenso e ringraziandolo, un contributo del compagno Sebastiano Isaia.

di Sebastiano Isaia*

Giusto un anno fa il Presidente della Bielorussia Aljaksandr Lukashenko (o Lukašenka) dichiarava di voler difendere la sovranità nazionale del suo Paese dalle mire espansionistiche russe a tutti i costi, se necessario anche con l’uso della forza militare. «La classe dirigente della Bielorussia ha anche pensato, nelle more della crisi ucraina, che la Russia minacciasse il suo territorio con le esercitazioni militari e si è fortemente insospettita per la domanda, da parte di Mosca, di aprire una base militare nel suo territorio» (Limes). Com’è noto, Russia e Bielorussia sono legate da diversi trattati di “fraterno e mutuo soccorso”, a partire dal Trattato di unione tra Russia e Bielorussia firmato nel 1997 e che ha dato vita all’Unione Russia-Bielorussia. Con il tempo però le relazioni tra i due Paesi si sono per così dire raffreddate, soprattutto perché Mosca non ha mai nascosto la sua volontà di riportare la Bielorussia all’interno dello spazio russo.

Ancora alla vigilia delle elezioni del 9 agosto Lukashenko accusava Mosca di volere complottare contro la Bielorussia, ed evocava il pericolo di un «colpo di Stato» ai suoi danni. «C’è qualche forza esterna interessata a una rivoluzione colorata nel nostro Paese», ha ripetuto diverse volte il Presidente baffuto durante la campagna elettorale, con chiare allusioni a Mosca, a Kiev e a Varsavia. Oggi lo stesso “simpatico” personaggio chiede a Putin di difendere la sovranità della Bielorussia dalle solite “ingerenze esterne”. In realtà, e come sanno tutti, ciò che atterrisce Lukashenko non è il nemico esterno (la Nato, l’Unione Europea, l’Ucraina, la Polonia), ma il nemico interno, ossia una popolazione in larga parte toccata dalla crisi economica e sempre più insofferente nei confronti del regime autoritario messo in piedi dal Presidente nel corso di parecchi anni. Al regime di Lukashenko si rimprovera anche una grave responsabilità nella crisi sanitaria dovuta al Covid-19, e infatti, come scrive Iryna Vidanava, «Gli operatori sanitari, delusi dall’incapacità dello stato di proteggerli e sostenerli, si sono uniti alle manifestazioni e hanno parlato apertamente online per la prima volta. Alcuni sono stati arrestati e hanno perso il lavoro. La polizia ha bloccato le proteste e ha perseguitato attivisti, giornalisti e blogger, anche quelli a cui era stato diagnosticato il virus e che erano ricoverati. I tribunali, al soldo del governo, li hanno condannati a pene detentive. Se questo modo di procedere è noto e frequente in Bielorussia, questa volta è stato in qualche modo diverso. La risposta dello Stato alla pandemia di Covid-19 ha portato a un maggiore dissenso nella società, in un maggior numero di gruppi, come mai prima d’ora» (Debates Digital).

La struttura economica del Paese, in gran parte ancora centrata sul vecchio capitalismo di Stato con caratteristiche “sovietiche”, è da anni entrata in un circolo vizioso che non rende più possibile quella politica assistenzialista che tanti consensi aveva portato all’ «ultimo dittatore europeo». Comprare il consenso popolare in tempi di vacche magre è un’impresa molto difficile, e il futuro non promette niente di buono per i lavoratori della Bielorussia, anche per quelli impiegati nelle imprese statali, fonte d’inefficienze, sprechi e corruzione – esattamente come accadeva ai “bei tempi” dell’Unione Sovietica. D’altra parte, solo grazie ai “fraterni” aiuti russi il regime di Minsk può sperare di mantenere in piedi «il sistema di welfare che gli garantisce il sostegno delle campagne, degli operai nelle fabbriche, dei pensionati, dei meno abbienti in generale». Ed è esattamente questo “capitalismo assistito” che tanto piace ai rimasugli dello stalinismo italiano.

Ormai da anni si parla in Bielorussia della necessità di una radicale privatizzazione dell’economia del Paese, prospettiva che genera sogni e appetiti in alcune persone, mentre in molte altre è fonte d’incubi e di preoccupazioni. Non si escludono – tutt’altro! – divisioni e scontri nel seno dello stesso regime bielorusso intorno alla possibile divisione della torta, ed è anche alla luce dei forti interessi economici in gioco che va letta l’attuale crisi che scuote un Paese schiacciato nella morsa della competizione interimperialistica.

Una volta il Presidente del Venezuela Hugo Chávez definì la Repubblica di Bielorussia come uno «Stato modello»: si tratta di capire di che “modello” parliamo. Ricordo che allora (2007) Slavoj Žižek, che molte illusioni si era fatto sul caudillo di Caracas, definì «folle e catastrofica» la presa di posizione di Chávez; io, nel mio infinitamente piccolo, mi sono fatto quattro crasse risate sulle reazionarie illusioni dell’intellettuale sloveno, il quale dimostrava ancora una volta che l’intelligenza non sorretta dalla coscienza (“di classe”) non basta a capire il mondo.

Leggo da qualche parte: «È opportuno precisare subito che il presidente bielorusso non è un comunista, ma un “paternalista autoritario”, fautore di “un’economia di mercato socialmente orientata”» (Sinistrainrete). Mi chiedo perché qualcuno avverte la premura di “precisare” ciò che dovrebbe essere ovvio per chi abbia in zucca un minimo, non un massimo, d’intelligenza storica e politica. Evidentemente in Italia c’è qualcuno (vedi i «rimasugli» di cui sopra) che non si vergogna di accostare quel personaggio al “comunismo”, e qualcun altro che sente il bisogno di contraddirlo. Polemiche che non mi riguardano – ma che la dicono lunga sul cosiddetto “comunismo italiano”.

Il quotidiano on line Tut.by ha riportato che a fermarsi, nonostante gli inviti a riprendere il lavoro dei dirigenti, sono stati anche i lavoratori di importanti aziende come la Naftan (idrocarburi), la MZKT (veicoli pesanti), la MTZ (trattori) e la BMZ (acciai).I lavoratori chiedono la fine della repressione, giustizia per coloro che hanno subito violenze, il rilascio dei prigionieri politici, la consegna dei responsabili dei tre morti durante gli scontri ed ovviamente nuove elezioni con nuovi candidati» (Notizie Geopolitiche). Lukashenko si era illuso di poter liquidare le proteste nel giro di pochi giorni, usando con l’usuale spietatezza il pugno di ferro repressivo; ma non è stato sufficiente sbattere in galera migliaia di manifestanti e mandare all’ospedale centinaia di essi, per piegare il movimento di lotta, che peraltro ha ottenuto la scarcerazione di gran parte degli arrestati. Quando si dice che l’unità fa la forza!

Per tenere a bada le «mire annessioniste» di Mosca e controbilanciare le pesanti avance di marca europea, Minsk si è avvicinata a Pechino, desiderosa di crearsi una base economica nel cuore del Vecchio Continente: «Prima del 2014, la Cina giocava tutte le sue carte sull’Ucraina. Ora, dopo i capolavori russo-occidentali sul territorio di quel Paese, la Cina si volge facilmente verso Minsk. Xi Jinping ha chiamato la Bielorussia “la perla della Belt&Road”» (Formiche.net). Come ricordava Orietta Muscatelli qualche giorno fa, «Il primo leader internazionale a congratularsi con Lukasenka per l’improbabile 80% dei voti è stato il presidente cinese Xi Jinping, deciso a fare della Bielorussia un hub commerciale tra Europa e Asia, poi si vedrà. A Bruxelles, come a Washington e pure a Mosca se ne prende nota, con una certa comprensibile preoccupazione» (Limes). Questo per dire della complessità geopolitica della vicenda, e del resto è sufficiente osservare la collocazione geografica della Bielorussia per farsi un’esatta idea della questione. Di certo quel Paese soffre molto la sua condizione di “zona di cuscinetto” tra Est e Ovest, sebbene cerchi di ricavarne qualche “utilità marginale”.

Naturalmente il virile Vladimir è ben contento di “aiutare” il sempre più traballante e indifendibile Presidente bielorusso, visto che da tempo “lo Zar” «vuole fissare la Russia Bianca (Belaja Rus’) in modo definitivo nell’orbita del Cremlino. Preoccupata dalla penetrazione cinese e occidentale, Mosca intende fissare Minsk nella sua orbita. Lukašenka punta sul nazionalismo e su un’integrazione che preservi la sovranità del paese. Molto dipenderà da quanto faranno gli Usa in Polonia. Mosca di Lukasenka può fare a meno, ma della Bielorussia no. Persa l’Ucraina nel 2014, per il Cremlino è ancora più vitale il controllo sulla ‘Russia Bianca’, fascia di sicurezza sul suo fianco occidentale, collegamento strategico verso Berlino, verso l’enclave militarizzata di Kaliningrad e il Baltico europeo, come pure verso il Mar Nero e la Crimea. Per Mosca, è decisivo un “avvicinamento intensivo”, da ottenere utilizzando la leva economica» (Limes). Oggi per Putin si apre la possibilità di utilizzare anche la leva militare (magari in modo “informale”, come ha fatto in Ucraina (*) e altrove nel suo cortile di casa), che peraltro porta risultati in un tempo assai più breve, anche se la cosa si presta a complicazioni di vario genere e certamente di non agevole gestione. Se puntellare l’attuale Presidente bielorusso dovesse farsi per la Russia troppo dispendioso sul piano delle relazioni economiche e diplomatiche, Putin potrebbe giocarsi una carta di riserva fra le diverse che gli analisti gli accreditano. Ad esempio, qualcuno pensa che «a Mosca stanno cercando di mandare al potere Viktor Lukashenko, il figlio del leader e uomo di formazione “gorbacioviana”» (Formiche.net). L’evocazione di Gorbaciov non so quanto possa assicurare i sostenitori dell’alleanza strategica tra la Russia e la Bielorussia.

Intanto, dopo qualche giorno di esitazione, l’ex batka (“babbo”: sic!) dei bielorussi ha ripreso a usare la sua solita retorica violenta e nazionalista contro i manifestanti, accusati di essere dei fascisti al servizio dell’imperialismo occidentale, e, com’è noto, con i “fascisti” e con i “traditori della Patria” non si tratta. Riferendosi al Consiglio di coordinamento dell’opposizione, istituito dalla rivale Svetlana Tikhanovskaja, Lukashenko ha dichiarato che «La creazione di un organo parallelo e alternativo per usurpare il potere è punibile dalla legge. Voglio ribadire che se pensano che le autorità qui si sono incrinate e ora stanno traballando, si sbagliano: voglio sottolineare che abbiamo qualcuno su cui appoggiarci. Pertanto, non vacilleremo. Percorreremo la nostra strada, come dovremmo fare» (La Repubblica). Il Presidente ha ordinato il Ministro degli Interni a porre senz’altro fine alla protesta; in effetti l’ex uomo forte di Minsk cerca di guadagnare tempo alternando promesse di carota e minacce di bastone, sperando nelle more di fiaccare la resistenza dei manifestanti, i quali rischiano non solo il carcere ma anche la disoccupazione, e di logorare e dividere l’opposizione politica, magari per giungere a un “onorevole” compromesso.

Da parte sua l’Unione Europea ha fatto sapere di non riconoscere il risultato delle elezioni del 9 agosto, come richiesto a gran voce dall’opposizione al regime; «” Oggi mandiamo un messaggio chiaro e solidale con il popolo bielorusso e non tolleriamo impunità. L’Ue imporrà presto sanzioni contro un importante numero di persone responsabili delle violazioni contro i manifestanti e contro i responsabili delle frodi nel voto”, ha annunciato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel» (La Repubblica). Berlino e Parigi hanno subito precisato che il problema bielorusso non è un problema geopolitico, non è e non deve diventare un fatto che possa in qualche modo modificare l’assetto geopolitico dell’area che confina con lo spazio russo, e questo a voler rassicurare Mosca, con la quale si spera di poter trovare una “soluzione politica” alla crisi. Come se la soluzione militare non fosse la continuazione della “soluzione politica” con altri mezzi, come sa benissimo la Russia di Putin. Questo detto en passant. Insomma, a Est come a Ovest si lavora per un cambio di regime che sia il meno traumatico possibile. Tuttavia, il problema presenta troppe incognite, e la sua soluzione appare tutt’altro che facile, cosa che porta a non escludere un esito violento della crisi. Scrive Vittorio Emanuele Parsi: «Allo stato attuale, solo un ammutinamento interno al regime (del tipo di quello che portò alla destituzione di Ceausescu in Romania nel 1989) o un colpo di palazzo “tattico”, volto a cambiare tutto perché nulla cambi (come quello che depose Mubarak in Egitto nel 2011), potrebbero dar luogo a una transizione morbida.  Ma mancano sia le condizioni interne sia quelle internazionali perché ciò sia probabile. Mubarak era comunque l’espressione del potere politico e del privilegio economico detenuto gelosamente dall’esercito da oltre 60 anni. Quando Ceausescu venne deposto e fucilato, l’Urss di Gorbaciov era nel pieno della sua crisi terminale. Lukashenko non si è fatto – e non si farà – nessuno scrupolo nell’usare il pugno di ferro» (Il Messaggero). Naturalmente Parsi auspica un ruolo maggiormente “assertivo” dell’Occidente, soprattutto dell’Europa: «Si tratta di una rotta difficile da tracciare e ancor di più da mantenere, mentre il nocchiero americano è distratto e incapace e la via tedesca sta rapidamente “facendo pratica”». Naturalmente l’anticapitalista non può che mettersi di traverso nei confronti di questo auspicio.

Non ho mai dato alcun credito, né tanto meno alcun sostegno politico, alle cosiddette “rivoluzioni colorate” (e alle “primavere arabe”); questo però non significa che io non solidarizzi con i movimenti sociali che in qualche modo cercano di reagire all’oppressione politica e a condizioni sociali sempre più insopportabili. E questo anche quando la reazione delle classi subalterne assume forme che personalmente giudico non solo politicamente sbagliate, ma senz’altro reazionarie se guardate dal punto di vista anticapitalista. Contestare un regime politico-istituzionale che è al servizio del dominio capitalistico sostenendo le ragioni delle forze che aspirano a sostituirlo in quella ultrareazionaria funzione non rappresenta alcun guadagno per i lavoratori, per i disoccupati, per gli strati sociali in via di proletarizzazione. Chi lavora per l’autonomia di classe non può far mancare la sua critica solo perché al momento essa appare, come in effetti è, del tutto ininfluente sul reale processo sociale. Simpatizzare e, al contempo, criticare rappresentano a mio avviso due facce di uno stesso approccio politico ai movimenti sociali. In ogni caso questo vale per me; per me che scrivo dall’Italia e non dalla Bielorussia.

Sintetizzo la mia posizione: Contro il regime di Minsk; contro il Sistema Imperialista Unitario; sostegno alle lotte dei lavoratori e degli studenti bielorussi.

* Sulla crisi ucraina rimando ad alcuni post:

L’IMPERIALISMO ENERGETICO DELLA RUSSIA

IL PUNTO SULLA “QUESTIONE UCRAINA”

SULLA CRIMEA E SUL MONDO

DUE PAROLE SULLA CRIMEA

KIEV. ANCORA SANGUE A PIAZZA MAIDAN

L’UCRAINA E I SINISTRI PROFETI DI CASA NOSTRA

L’UCRAINA DA LENIN A LUCIO CARACCIOLO

INTRIGO UCRAINO

* tratto da https://sebastianoisaia.wordpress.com/2020/08/20/sulla-crisi-bielorussa/

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