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Referendum ed elezioni regionali: una bozza di bilancio

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La votazione per il referendum sul “taglio dei parlamentari”, effettuata domenica 20 e lunedì 21 settembre, ha fatto registrare la “vittoria” del Sì con una percentuale del 69,6% dei voti espressi, a fronte di un 30,4% a favore del No. La validità del referendum non era subordinata a un quorum, e nonostante in alcune regioni si votasse anche per le amministrative l’affluenza a livello nazionale non è andata, complessivamente, oltre il 53,8% degli aventi diritto al voto: difatti, si sono recate alle urne per la votazione referendaria soltanto 24.650.000 persone circa. 

L’affluenza più bassa in assoluto si è avuta nelle isole: in Sicilia e in Sardegna la percentuale di votanti è stata di poco superiore al 35% rispetto agli “aventi diritto”. E persino in regioni dove si votava anche per le amministrative l’astensione è stata molto ampia (seppure inferiore a quella registrata nelle contestuali amministrative), come si nota dalle percentuali di affluenza: 59% in Liguria, 61% Campania, quasi il 62% in Puglia, 65% in Toscana, 66% nelle Marche, 67% in Veneto, 73% nella Valle d’Aosta, regione che ha avuto la percentuale maggiore di votanti a livello nazionale in questa tornata. 

Non solo nelle regioni meridionali, ma anche in quelle centrali e in quelle settentrionali (in Friuli  50% di affluenza, in Lombardia 51%) gran parte dei cittadini si è tenuta lontana dalle urne. Ovviamente, l’alto tasso di astensione di per sé non indica altro se non la profonda disaffezione delle masse popolari per il regime democratico borghese e i vari partiti di sistema. È un dato che comunque suggerisce la presenza di potenzialità per lo sviluppo di una politica antisistema, potenzialità che la sinistra e una parte consistente dei gruppi che si rifanno al marxismo non provano nemmeno a capitalizzare, perseverando in una politica chiaramente elettoralista o che, comunque, dietro un massimalismo parolaio si impantana in logiche più o meno apertamente istituzionaliste. A tal proposito, alla vigilia di questa tornata elettorale pubblicammo un articolo, al quale rimandiamo chi non lo avesse già letto, in cui spiegavamo le ragioni della nostra non partecipazione al voto denunciando le acrobazie retoriche di parecchi gruppi “marxisti” impegnati nella propaganda referendaria, per lo più a favore del No1 2.

Dato che allora fummo abbastanza chiari, non torniamo su quanto abbiamo già detto e sorvoliamo sulle reazioni ingenue di quanti a sinistra, all’indomani delle votazioni, hanno iniziato a piangere per la “morte della democrazia” manifestando la propria rabbia contro “gli ignoranti” che “hanno votato sì” o che non hanno votato. Reazioni che ben rappresentano l’inconsistenza politica e l’idealismo di questi soggetti, incapaci di analizzare la realtà col metodo del materialismo dialettico e quindi di fare un bilancio dei disastri prodotti negli ultimi decenni dalla “sinistra”, inclusa quella “radicale”. 

La vittoria del “Sì” è anch’essa figlia della sfiducia verso la “politica” e i partiti di sistema. Il “taglio dei parlamentari” esprime infatti una reazione, ovviamente spesso priva di una logica di classe, da parte del “cittadino” deluso che riconduce erroneamente i suoi problemi soltanto ai “politici”, grazie anche alla propaganda qualunquista di alcuni partiti di sistema, piuttosto che al sistema economico capitalista di cui i politicanti e lo stesso parlamento rappresentano meri elementi sovrastrutturali. Singolare che il M5s abbia “vinto” la battaglia referendaria per il Sì ma abbia perso pesantemente le elezioni regionali, facendo registrare ovunque un netto calo di consensi, cosicché la “vittoria” referendaria, col conseguente definitivo ridimensionamento del numero dei parlamentari, potrebbe paradossalmente rappresentare la pietra tombale sullo stesso movimento pentastellato.

Le elezioni regionali: dalla Puglia…

Per quanto riguarda le elezioni regionali, Michele Emiliano ha vinto in Puglia (dato affluenza: 52,7%) superando di otto punti percentuali Raffaele Fitto e ottenendo il secondo mandato da “governatore”. Lungi però dall’aver “salvato la democrazia” dai “barbari” leghisti, come rivendicato anche dai suoi supporters di sinistra (la cui lista “alternativa” si attesta sullo 0,2%), Emiliano rappresenta solo un’altra faccia del padronato in Puglia, come ampiamente dimostrato dalle politiche da lui seguite in questi anni in qualità di sindaco di Bari e di presidente della Regione Puglia, in particolare dal saccheggio della sanità pubblica. Nel suo carrozzone elettorale, trainato dal Partito democratico, si sono raccolti liberali, democristiani, indipendentisti, verdi, animalisti e persino fascisti come il sindaco di Nardò Pippi Mellone e la sua assessora Giulia Puglia, anche lei vicina a Casa Pound, candidata nella lista civica “Emiliano sindaco di Puglia”. 

Il Pd si è confermato il primo partito a livello regionale, seguito dal M5s che, tuttavia, rispetto a cinque anni fa registra un netto calo di consenso: circa 100000 voti in meno sia per la lista che per la candidata presidente! Lega appena sotto il 10% dei consensi (circa 160000 voti, quadruplicati rispetto alle ultime regionali), superata da Fratelli d’Italia (oltre 210000 voti, quintuplicati rispetto al 2015) e avvicinata da Forza Italia (150000 voti circa, in calo rispetto alle ultime regionali). L'”Italia Viva” di Renzi a fatica supera l’1% (appena 18000 voti; quasi 30000 per il suo candidato presidente Scalfarotto), mentre la lista della sinistra riformista (Prc, Pci e “Risorgimento socialista”) si ferma a circa 6000 voti (per una percentuale dello 0,3%) e i fascisti di Fiamma tricolore intorno alle 2500 preferenze (0,1%). 

… alla Campania

In Campania (dato affluenza: 55,5%) la reazione vince sotto le insegne del centrosinistra, con Vincenzo De Luca che si conferma governatore staccando di ben 51 punti percentuali (!) il suo principale sfidante, il forzista Stefano Caldoro, il quale prende la metà dei voti (460000 circa contro 921000) ottenuti cinque anni fa quando fu sconfitto per la prima volta da De Luca nella corsa alla presidenza della Regione. I partiti di destra nel complesso (Fdi, Lega, Fi) raggiungono i 450000 voti (18% dei voti espressi), facendo registrare una sonora sconfitta, ma ci penserà il governatore di centrosinistra a portare avanti le loro politiche di attacco ai lavoratori e ai migranti. In netto calo il M5s che perde intorno ai 150000 voti, sia per la lista che per il candidato presidente, rispetto alla tornata elettorale del 2015, mentre Potere al popolo e la lista ambientalista di “Terra” superano di poco l’1% dei voti espressi (raggiungendo i 25000 consensi circa).

Il centrosinistra perde le Marche

Dopo 25 anni il centrosinistra perde le Marche (dato affluenza: 59,8%) che passano al centrodestra. Il nuovo governatore sarà Francesco Acquaroli, deputato di Fratelli d’Italia (oltre 360000 voti; 49,1%) il quale ha staccato di quasi dodici punti percentuali lo sfidante di centrosinistra, Mangialardi, sostenuto dal Pd, che comunque è risultato il primo partito a livello regionale con oltre 156000 voti, e da Italia Viva, che non arriva per poco alla soglia delle 20000 preferenze ottenute e registra una percentuale di consenso del 3,2% rispetto ai voti espressi. Tracollo del M5s il cui candidato, Mercorelli, ottiene meno della metà dei voti (63355 contro 122178) ottenuti dal candidato pentastellato del 2015, Giovanni Maggi, così come nel complesso la lista del M5s vede meno che dimezzati i suoi consensi rispetto alla precedente tornata elettorale regionale (44330 contro 100202). Ininfluenti le altre liste presenti, si ferma poco sopra l’1% la lista “Comunista!”, costituita dal Pci di Alboresi e dal Pc di Marco Rizzo, nonostante una propaganda vergognosamente xenofoba e reazionaria finalizzata evidentemente a strappare qualche consenso alla destra rincorrendola sul suo terreno.

In Veneto exploit di Zaia

In Veneto (dato affluenza: 61,2%) non c’è stata partita. Il leghista Luca Zaia, con oltre 1 milione e 800000 voti ottenuti (76,8%), ha ottenuto il suo terzo mandato alla guida della regione veneta. Il suo competitor, il candidato del Partito democratico Arturo Lorenzoni, è stato superato di ben 61 punti percentuali. Anche in Veneto il M5s fa registrare un crollo: il suo candidato presidente, Enrico Cappelletti, sfiora le 80000 preferenze ottenute, meno di un terzo di quelle avute dal candidato pentastellato Berti alle regionali del 2015; mentre la lista del M5s prende 55000 voti, contro gli oltre 192000 ottenuti dalla lista pentastellata alle precedenti elezioni regionali. Inconsistenti le altre liste in corsa, a partire da Italia Viva che – assieme a Pri, Psi e alla “Civica per il Veneto” – non va oltre lo 0,6% di consenso rispetto ai voti espressi. Sempre intorno allo 0,6% si attesta anche la lista “Solidarietà ambiente lavoro”, composta da Prc e Pci.

Da notare che la lista “Zaia presidente”, organizzata dal rieletto governatore, ha ottenuto oltre 910000 voti, molti di più della lista ufficiale della Lega che ne ha ottenuti quasi 348000. Si tratta di un risultato importante per gli equilibri interni del partito leghista: Zaia ha dato una prova di forza e subito dopo avere incassato la vittoria ha fatto partire dei siluri contro Salvini (“io governo, non vado in giro a fare comizi”), confermandosi come il principale antagonista dell’attuale segretario all’interno della Lega.

La Toscana resta al centrosinistra

ll centrosinistra riesce a confermarsi in Toscana (dato affluenza: 62,6%) grazie al successo di Eugenio Giani che ottiene oltre 860000 voti (48,6%), circa 150000 in più della sfidante, la leghista Susanna Ceccardi. Giani, esponente del partito democratico, succede dunque a Enrico Rossi alla guida della regione. Il Pd, sia pure in calo, si conferma primo partito della regione (circa 561000 voti ottenuti) anche se salgono nettamente le quotazioni della Lega (351000 voti, quasi 140000 in più delle regionali 2015) e di Fratelli d’Italia (218000 voti, oltre 150000 in più di 5 anni fa). Netto calo di consensi per Forza Italia, mentre Italia Viva di Renzi, che in questa regione corre in alleanza col Pd, ottiene 72000 voti assieme a +Europa (per una percentuale complessiva del 4,5% sui voti espressi) risultato che ne conferma la marginalità a livello nazionale. La candidata grillina Irene Galletti prende circa 113000 voti, contro gli oltre 205000 del candidato pentastellato Giannarelli alle regionali del 2015, e nel complesso la lista del M5s registra un calo di circa 90000 voti in Toscana, a conferma del trend fortemente negativo su tutto il territorio nazionale.

Per quanto riguarda la sinistra riformista, il Pci di Alboresi e il Pc di Rizzo si presentano divisi in Toscana, raggiungendo circa 15000 voti ciascuno, per una percentuale di consenso intorno al 1%. La lista “Toscana a sinistra” (che includeva Sinistra anticapitalista, Potere al popolo, Sinistra italiana) ottiene circa 46000 voti (circa 6500 in più del suo candidato presidente Tommaso Fattori), ben 47000 in meno di quelli ottenuti alle regionali del 2015, per una percentuale del 2,9% (contro il 6,3% di cinque anni fa): quindi ben al di sotto della soglia di sbarramento del 5%.

Liguria: il centrodestra si conferma con Toti

In Liguria (dato affluenza 53,4%) Giovanni Toti, candidato del centrodestra, si conferma alla presidenza della regione aumentando la forbice col centrosinistra: Toti ha infatti ottenuto 383000 preferenze (56,1%) contro le 226700 (34,4%) che cinque anni fa gli permisero di vincere contro la sfidante di centrosinistra che allora era Raffaella Paita, fermatasi a 183000 preferenze (27,8%). Questa volta lo sfidante di Toti era Ferruccio Sansa, che ha fatto meglio della Paita (265500 voti; 38,9%) ma non è bastato. Anzi, il distacco della coalizione di centrosinistra da Toti, rispetto a cinque anni fa, è cresciuto da 7 a 17 punti percentuali. E tutto questo nonostante nella coalizione di centrosinistra corresse stavolta anche il M5s il quale ha ottenuto 48700 voti (7,8%) contro i 120200 delle scorse elezioni regionali quando corse in solitaria. Allora la candidata presidente pentastellata era Alice Salvatore (163500 voti) la quale recentemente ha rotto col Movimento 5 stelle, da lei accusato di fare “accozzaglie elettorali per il potere”, e ha scelto di candidarsi a queste elezioni regionali 2020 con una lista civica autonoma che ha ottenuto appena 6000 voti (0,9%). 

Valle d’Aosta: Lega primo partito, crollo M5s

In Valle d’Aosta (dato affluenza 70,5%) regione a statuto speciale nella quale non si elegge direttamente il presidente, la Lega è risultata il primo partito (15800 voti; 23,9%) ma potrebbe finire all’opposizione. Al secondo posto per numero di consensi si posizionano gli autonomisti dell’Union valdôtaine, un soffio sopra il “Progetto civico progressista” comprendente il Pd (10100; 15,2%). Il Movimento 5 stelle, con appena 2589 voti (3,9%), fallisce la prova mancando il raggiungimento della soglia di sbarramento e quindi l’ingresso nel Consiglio. Questa è la suddivisione dei seggi: 11 Lega, 7 Union Valdôtaine, 7 Progetto Civico Progressista, 4 Alliance Valdôtaine, 3 Vallée d’Aoste Unie e 3 Pour l’Autonomie. Dagli accordi/alleanze fra questi partiti uscirà fuori il nuovo governo regionale. 

Non è dalle urne che passa il cambiamento

Come abbiamo già detto in passato, non c’era nulla da aspettarsi da questa tornata elettorale. I partiti in competizione nelle varie regioni sono infatti rappresentanti degli interessi delle diverse fazioni della borghesia. Il Pd si conferma come il principale partito di riferimento dell’establishment mentre la Lega avanza anche in alcune regioni meridionali: si accentua il bipolarismo fra centrosinistra e centrodestra (al cui interno cala Forza Italia e avanza Fratelli d’Italia) complice la progressiva erosione del Movimento 5 stelle. 

A ogni modo, chiunque abbia vinto le elezioni regionali, governerà inevitabilmente contro gli interessi dei lavoratori e degli oppressi. Ciò è tanto più inevitabile se si considera che ci troviamo in una fase di crisi di sistema, una crisi amplificata dai pesanti effetti della pandemia da “covid19” sui livelli occupazionali e sulla qualità della vita materiale delle masse popolari. In questo quadro, l’elettoralismo, sempre più anacronistico e ininfluente, della sinistra, inclusa quella “marxista” e “rivoluzionaria” (che peraltro persevera nel giustificare, se non addirittura celebrare, i propri pessimi risultati elettorali conferendo al cretinismo elettorale un alone tragicomico) risulta quanto mai deleterio. Non è dalle urne che passa il cambiamento, ma dallo sviluppo della lotta di classe e dalla costruzione di un progetto politico alternativo che sappia promuovere l’unità degli oppressi e la crescita di una coscienza di classe internazionalista contro il padronato e i suoi governi di qualsiasi colore.

Note

  1. L’articolo in cui riflettiamo sul referendum è questo: https://www.avanzataproletaria.it/2020/09/08/perche-non-partecipiamo-alla-votazione-referendaria-sul-taglio-dei-parlamentari/
    Dopo la pubblicazione del suddetto articolo abbiamo inoltre registrato come qualcuno di questi gruppi “marxisti” abbia addirittura usato, nel fare propaganda, il logo del Comitato per il No costruito a livello nazionale da forze liberali nel quale convergevano politicanti (ad es. Veltroni, Prodi, Cuperlo), partiti di sistema (come Sinistra italiana), giuristi (Cassese), magistrati “progressisti”, preti, associazioni, l’Anpi, la presidenza dell’Ars (Assemblea regionale siciliana) e chi più ne ha più ne metta. A conferma del fatto che alcuni gruppi “marxisti”, al di là delle capriole retoriche, si sono accodati alle forze liberali di “sinistra”. Si tratta, in particolare, del piccolo gruppo di “Resistenze internazionali”, ma a livello locale anche qualche sezione del Pcl ha utilizzato lo stesso logo. https://resistenzeinternazionali.it/2020/08/referendum-costituzionale-le-ragioni-del-no/
    Così come lascia molto perplessi che, sotto l’egida del Comitato per il No succitato, esponenti di un altro gruppo che si rifà al trotskismo (Fir/Voce delle lotte) abbiano partecipato in Campania a un incontro pubblico con personaggi su posizioni democratico borghesi, inclusa la parlamentare Nugnes, ex grillina riciclatasi nel Prc, di fatto senza smarcarsi dalle suddette posizioni e anzi esprimendo apprezzamento per il’”interessante” dibattito intercorso… 
  2. Uno di questi gruppi da noi chiamati in causa, del quale denunciammo fra le altre cose il citazionismo, cioè la tendenza ad abusare delle citazioni dei grandi rivoluzionari del passato, ha ritenuto opportuno rispondere al nostro articolo con un testo chilometrico… composto esclusivamente da citazioni! Sembra una battuta ma è la realtà, come si evince facilmente leggendo questo testo al link indicato di seguito, nel quale nemmeno un rigo è dedicato alle questioni attuali oggetto di discussione o al tentativo di controbattere alle nostre obiezioni nel merito, in quanto l’articolista ritiene evidentemente di potere liquidare la discussione accusandoci di divinizzare il “contesto”! A conferma di un brutto vizio ahinoi molto diffuso fra i “marxisti”, e i “trotskisti” in questo caso, cioè l’incapacità di confrontarsi con argomenti ed evitando citazioni, insulti e deformazioni delle posizioni altrui. Per attaccarci e per giustificare il suo dogmatismo, il nostro detrattore, palesando la propria megalomania, arriva persino a paragonare le sue continue citazioni, volte a difendere il No al referendum(!), alle citazioni usate da Lenin in Stato e rivoluzione, finalizzate a difendere il marxismo dalle distorsioni operate dai riformisti e ad armare il proletariato alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre! E poiché, non avendo senso della misura, si equipara a Lenin, il nostro rivoluzionario finisce col considerare il nostro attacco al suo articolo un attacco al leninismo, cioè una manifestazione di “furia iconoclasta” contro i classici del marxismo… Ridiamo per non piangere. Oltre a confermare la validità delle nostre critiche nei suoi confronti, il nostro detrattore ci ha aiutato a mettere ulteriormente in luce il disastro in cui versa il marxismo, e il trotskismo in particolare, in Italia: https://www.assaltoalcielo.it/2020/09/18/le-elezioni-il-referendum-rosa-luxemburg-e-novella-2000/

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