Vaccini, brevetti e licenze

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“Buon senso” e sciocchezze a buon mercato versus materialismo dialettico

Liberalizzare le licenze. Abolire i brevetti. Pubblicizzare la produzione dei vaccini. Democratizzare la loro distribuzione.

La mamma di coloro che hanno la soluzione di “buon senso” a portata di mano è sempre incinta.
In questo caso agita perfino una bandiera di combattimento di fronte alla quale le multinazionali dei farmaci dovranno “necessariamente” arrendersi e rinunciare ai loro profitti.

C’è solo un problema piccolo piccolo.
I vaccini, come tutte le merci, si producono.
Hanno bisogno di strutture industriali, di tecnologia, di esperienze, di laboratori attrezzati. Tutto quello che viene definito know-how.

L’Italia avrebbe bisogno di almeno un anno per mettere in piedi qualcosa capace di rispondere alle necessità interne. Ed è uno dei paesi sviluppati.
Una potenza industriale tecnologicamente all’avanguardia.

La maggior parte dei paesi del mondo non saprebbero che farsene della liberalizzazione dei brevetti.
Non è che un vaccino lo costruisci nel retrobottega di una farmacia.
Nella divisione internazionale del lavoro sono fornitori di materie prime e di braccia, ambedue a basso prezzo.

Il monopolio dei mezzi di produzione è un fatto materiale, non giuridico.
Non basta che qualcuno decida che non esiste la proprietà privata di quel tale prodotto se poi non c’è nessun altro in grado di produrlo.
O se per produrlo occorrono altri capitali, altri imprenditori, più “umani” e più attenti al “bene comune” in concorrenza con quelli “cattivi” che vivono oltre frontiera.

Non basta il voto di qualche organismo internazionale che decreti la fine, o la sospensione, degli effetti più appariscenti dell’esosità del capitalismo.

Occorre l’espropriazione degli espropriatori.
Delle loro fabbriche.
Dei mezzi di produzione.

Senza di questo la “proprietà intellettuale” è buona sola per animare qualche convegno o scrivere qualche articolo interessante.

La solita solfa da “riformatori sociali” che, nemmeno davanti all’evidenza di una catastrofe, si convinceranno che l’unica soluzione è la rivoluzione.

Il conflitto sociale per difenderci dalle malattie, che per il proletariato sono endemiche, e dai “guaritori” più interessati della salute dei loro portafogli che a quella di chi quei portafogli li ingrossa.